Il magnetismo svela il mistero dei “buchi neri impossibili”

Le simulazioni del Flatiron Institute rivelano che i campi magnetici permettono la nascita di buchi neri nella “zona proibita”, spiegando l’enigmatico evento GW231123

Sette miliardi di anni fa, due buchi neri giganteschi si sono scontrati, generando onde gravitazionali che hanno attraversato l’universo fino a raggiungere la Terra. L’evento, denominato GW231123, aveva lasciato gli scienziati perplessi: secondo la teoria, oggetti con masse comprese tra 70 e 140 volte quella del Sole non dovrebbero esistere. Un nuovo studio, pubblicato su The Astrophysical Journal Letters e condotto dagli astrofisici del Center for Computational Astrophysics del Flatiron Institute di New York, ha finalmente fornito una spiegazione convincente. Il segreto starebbe nei campi magnetici, capaci di modificare in modo decisivo il destino delle stelle più massicce.

Le simulazioni mostrano che, durante il collasso di una stella di circa 250 masse solari, la pressione magnetica può espellere verso l’esterno fino alla metà del materiale circostante. Questo riduce la massa finale dell’oggetto e permette la formazione di buchi neri nella cosiddetta “zona proibita” delle masse intermedie.

I ricercatori hanno inoltre scoperto un legame diretto tra intensità dei campi magnetici, massa e velocità di rotazione del buco nero. Questa relazione potrebbe spiegare le caratteristiche estreme di GW231123 e aprire la strada all’identificazione di nuovi sistemi simili, riconoscibili grazie a lampi di raggi gamma generati dai potentissimi getti magnetici.