Il vento si ribella, metà dei parchi eolici offshore europei e asiatici a rischio collasso: lo studio | FOTO

Una ricerca pubblicata su Nature Communications rivela che i venti estremi stanno superando i limiti di progettazione di molte turbine eoliche offshore

L’energia eolica offshore è oggi una delle colonne portanti della transizione energetica globale. Tuttavia, il vento – la sua stessa fonte – sta diventando un avversario. Uno studio condotto da Yanan Zhao e colleghi delle università di Shenzhen, Ningbo e Hong Kong, pubblicato su Nature Communications nel 2025, mostra come i venti estremi sopra gli oceani siano aumentati costantemente dal 1940 al 2023, mettendo in crisi la resistenza progettuale di molte turbine. Secondo l’analisi, oltre il 40% dei parchi eolici offshore già operativi o in fase di pianificazione in Europa e Asia ha registrato venti superiori ai 37,5 metri al secondo, il limite massimo previsto per le turbine di Classe III, la più diffusa e la meno resistente. In alcune aree, le raffiche hanno raggiunto intensità proprie delle turbine di Classe I, progettate per sopportare fino a 50 m/s.

Un oceano più turbolento

I ricercatori hanno utilizzato dati di velocità del vento a 100 metri di altezza – la tipica quota dei mozzi delle turbine – provenienti dal dataset ERA5 del Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche (ECMWF), analizzando oltre ottant’anni di registrazioni orarie. Hanno stimato la cosiddetta “U50”, ossia la velocità massima del vento che si verifica mediamente ogni 50 anni, parametro chiave per il dimensionamento delle turbine.

Il risultato è chiaro:

  • Il valore medio globale di U50 è aumentato di 0,016 m/s ogni anno, un incremento statisticamente significativo.
  • Quasi il 63% delle regioni costiere mondiali mostra una tendenza all’aumento dei venti estremi.
  • Le aree più colpite sono quelle tropicali e subtropicali: Golfo del Messico, Mar Cinese Meridionale, Sud-est asiatico e coste dell’Australia.

Il legame con il cambiamento climatico è diretto: l’aumento della temperatura superficiale degli oceani (SST) amplifica i cicloni tropicali e le tempeste extratropicali, alimentando venti sempre più violenti. Il team di ricerca ha trovato una correlazione di 0,8 tra l’aumento della temperatura marina e l’intensificazione dei venti massimi annuali.

Cicloni più forti, turbine più fragili

Tra gli esempi concreti, lo studio cita il Super Tifone Yagi (2024), che ha distrutto sei turbine eoliche al largo di Hainan, in Cina, causando danni per oltre 8 milioni di dollari. Le immagini supplementari dello studio mostrano torri spezzate e pale contorte come carta stagnola: un monito sul rischio crescente che corrono le infrastrutture eoliche costruite in aree soggette a tifoni e uragani.

Il lavoro di Zhao et al. mostra che i venti estremi si stanno spostando verso latitudini più alte, un fenomeno coerente con lo spostamento dei cicloni extratropicali verso i poli. Questo significa che anche regioni considerate “sicure” – come il Mare del Nord o le coste del Regno Unito – stanno entrando in zone di rischio.

L’Europa e l’Asia al centro del ciclone

In Europa, il 74% dei parchi eolici attivi si trova in zone dove la velocità del vento massimo (U50) è in aumento. Nel Mare del Nord e nel Baltico, 109 parchi risultano già esposti a livelli di rischio “Tipo 1” o “Tipo 2”, con venti oltre 37,5 e 42,5 m/s rispettivamente.

In Asia la situazione è ancora più complessa: oltre il 60% dei siti in progetto si trova in regioni dove la tendenza dei venti è crescente. In particolare, Vietnam, Cina orientale e Corea del Sud registrano aumenti significativi, spesso superiori a 0,05 m/s l’anno. Alcuni impianti previsti nel Mar Cinese Orientale potrebbero affrontare condizioni proprie della Classe I (oltre 50 m/s).

Un rischio economico e progettuale

I costruttori di turbine – da Siemens a Vestas, da Goldwind a MingYang Electric – si trovano di fronte a un dilemma: investire in turbine di classe più alta (e più costose) o rischiare danni da vento sempre più frequenti. Secondo il supplementary material dello studio, il costo medio per megawatt varia da 0,12 a 0,4 milioni di dollari, ma una singola turbina distrutta può generare perdite fino a 6,4 milioni di dollari, pari al 10% del valore complessivo dell’impianto.

Progettare per resistere

Gli autori suggeriscono di rivedere gli standard internazionali IEC 61400, originariamente basati su condizioni nord-europee e non più adeguati per regioni soggette a tifoni. Propongono inoltre di adottare turbine di classe superiore nelle aree a rischio, e di sviluppare una progettazione “a resilienza differenziata”: strutture che lascino cedere componenti meno costose (come le pale) per salvaguardare torri e generatori.

La sfida dei prossimi decenni

Con una capacità eolica offshore globale destinata a crescere da 63 GW nel 2022 a quasi 500 GW nel 2030, la vulnerabilità agli eventi estremi non è più un problema secondario: è una questione di sicurezza energetica. Lo studio conclude che l’adattamento delle turbine ai nuovi regimi di vento è urgente e imprescindibile, pena la compromissione di uno dei pilastri della transizione ecologica.

Il vento che un tempo alimentava la speranza di un futuro sostenibile, oggi rischia di travolgerla. Perché la corsa verso l’energia verde non può ignorare la nuova realtà climatica: quella in cui il vento soffia più forte, più a lungo e – sempre più spesso – contro.

Turbine eoliche