Le terre rare tornano al centro della geopolitica mondiale. Con una mossa che segna un nuovo capitolo nella competizione tra grandi potenze, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato alla Casa Bianca una serie di accordi commerciali, diplomatici e minerari con i cinque Paesi dell’Asia centrale – Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan – nel tentativo di rafforzare la presenza americana in una regione storicamente sotto l’influenza di Cina e Russia. Seduto al fianco del segretario di Stato Marco Rubio e del vicepresidente JD Vance, Trump ha dichiarato di voler rendere le relazioni con l’Asia centrale “più forti che mai”. L’iniziativa si inserisce nella più ampia strategia americana volta a garantire l’approvvigionamento di terre rare, materiali fondamentali per l’economia digitale e per la transizione energetica, dopo le restrizioni imposte da Pechino alle esportazioni di questi minerali.
Una partita strategica per le risorse del futuro
La Cina oggi domina il mercato globale delle terre rare: controlla circa il 70% dell’estrazione e il 90% della lavorazione mondiale. Questi minerali sono indispensabili per la produzione di smartphone, veicoli elettrici, turbine eoliche e aerei da combattimento, rendendoli un punto nevralgico della sicurezza economica e militare.
L’Asia centrale, ricca di giacimenti di terre rare e di uranio – da cui proviene circa la metà della produzione mondiale – è diventata terreno di competizione per le principali potenze globali. Tuttavia, la regione necessita di ingenti investimenti per sviluppare appieno il proprio potenziale minerario, e Washington sembra intenzionata a colmare questo vuoto.
Nuovi accordi e vecchie rivalità
Dal vertice di ieri è emerso un accordo minerario di grande portata tra gli Stati Uniti e il Kazakistan: la società Cove Kaz Capital Group acquisirà il 70% di una nuova joint venture con la compagnia statale kazaka per lo sviluppo di uno dei più grandi giacimenti di tungsteno non sfruttati al mondo. L’operazione, del valore stimato di 1,1 miliardi di dollari, sarà sostenuta da una lettera di interesse della US Export-Import Bank per un finanziamento di 900 milioni.
Oltre alla cooperazione mineraria, il vertice ha visto la firma di un accordo preliminare per la vendita di 37 jet Boeing alle compagnie aeree di Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan, rafforzando così anche il fronte industriale e commerciale. Sul piano diplomatico, il Kazakistan ha annunciato l’intenzione di aderire agli Accordi di Abramo, il quadro di cooperazione promosso dagli Stati Uniti tra Israele e diversi Paesi arabi e musulmani.
Una regione contesa
Il summit alla Casa Bianca arriva dopo mesi di intensa attività diplomatica. A settembre, Vladimir Putin ha incontrato i leader centroasiatici in Tagikistan, mentre a giugno Xi Jinping aveva fatto tappa in Kazakistan. Anche l’Unione Europea ha cercato di rafforzare i propri legami con la regione, organizzando ad aprile un vertice in Uzbekistan incentrato su investimenti infrastrutturali e accesso ai minerali essenziali.
Con la mossa di Trump, Washington mira a ridurre la dipendenza dalle forniture cinesi, aprendo al tempo stesso nuove opportunità economiche per le ex repubbliche sovietiche. Un gruppo bipartisan di senatori americani ha inoltre presentato una proposta di legge per abrogare le restrizioni commerciali dell’era sovietica, considerate un ostacolo agli investimenti statunitensi nella regione.
Un nuovo equilibrio geopolitico
Dietro la diplomazia delle terre rare si cela una partita più ampia: quella per il controllo delle catene di approvvigionamento strategiche del XXI secolo. Mentre la Cina punta a consolidare la propria leadership tecnologica e la Russia tenta di mantenere la sua influenza tradizionale, gli Stati Uniti cercano di ritagliarsi un ruolo decisivo in un’area cruciale per l’equilibrio energetico e industriale globale.
Se l’iniziativa americana riuscirà a tradursi in cooperazioni concrete, l’Asia centrale potrebbe diventare il nuovo snodo geopolitico delle risorse critiche, e il vertice di Washington potrebbe segnare l’inizio di una nuova corsa alle terre rare.
