Uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences offre per la prima volta una ricostruzione millenaria dell’economia del legno nell’Europa centro-occidentale durante l’espansione romana. Analizzando 20.397 serie dendrocronologiche datate tra il 300 a.C. e il 700 d.C., Bernhard Muigg e Andrea Seim dell’Università di Friburgo hanno tracciato l’impatto profondo della conquista romana sul paesaggio forestale compreso tra le Alpi e l’Atlantico. Il legno fu una risorsa strategica per l’ingegneria, l’urbanizzazione e la logistica militare dell’Impero: edifici, strade, fortificazioni, ponti, navi e infrastrutture minerarie richiedevano enormi quantità di tronchi. Subito dopo la penetrazione romana, nel I secolo a.C., i dati mostrano un netto incremento del disboscamento, con dinamiche regionali variabili ma unite da un progressivo avanzamento verso foreste primarie più remote. La presenza di legname proveniente da boschi maturi suggerisce una filiera efficiente, capace di organizzare trasporti su lunga distanza.
A partire dalla metà del III secolo d.C. emerge però un segnale di sovrasfruttamento: gli alberi utilizzati diventano via via più giovani, mentre nel IV e V secolo il ritmo dei tagli rallenta, probabilmente per effetto di cambiamenti demografici ed economici del tardo Impero. Parallelamente torna a crescere l’età media degli alberi, indice di una lenta rigenerazione forestale.
Lo studio colma una lacuna delle fonti scritte e offre una visione ad alta risoluzione della gestione del legno in età romana, illuminando le radici ambientali ed economiche dell’Europa antica.
