“L’emergenza clima non esiste”: lo studio italiano su incendi, siccità ed inondazioni, ecco i numeri

Un recente studio italiano mette in discussione l’idea di un peggioramento generalizzato degli indicatori ambientali

Negli ultimi anni il tema del cambiamento climatico è stato accompagnato da toni sempre più emergenziali: eventi meteorologici estremi, incendi, siccità e alluvioni sono diventati simboli di un pianeta sull’orlo del collasso. Tuttavia, uno studio presentato da un gruppo di ricercatori italiani introduce elementi di forte discontinuità rispetto alla narrativa dominante. Il fisico Gianluca Alimonti ha analizzato 43 indicatori globali relativi a clima, ambiente, settore agricolo, aspetti socio-economici e salute. L’obiettivo: verificare se, negli ultimi decenni, i dati mostrino realmente un peggioramento coerente con l’idea di “emergenza climatica”.

I risultati della ricerca

Secondo quanto spiegano gli autori, la maggior parte degli indicatori presi in esame non presenta una tendenza negativa significativa. Alcuni parametri – come la produzione agricola, la mortalità per eventi naturali e diversi indici socioeconomici – mostrerebbero addirittura un miglioramento rispetto al passato. Il quadro che emerge, sostengono gli studiosi, è quindi meno allarmante di quanto spesso raccontato nel dibattito pubblico. Le loro conclusioni mettono l’accento soprattutto sulla necessità di distinguere tra dati osservati e interpretazioni politiche, rimarcando come il rischio sia quello di alimentare narrazioni catastrofiche non sempre supportate da evidenze solide.

In uno speciale di oggi pubblicato su ‘La Verità’ a firma di Sergio Giraldo sono svelati tutti i dettagli. Alimonti e Mariani non negano i cambiamenti climatici ma rifiutano l’uso arbitrario di concetti spuri e propongono un quadro di Indicatori di risposta basati sul Climate impact drivers definiti dall’Ipcc. Questi indicatori, oggettivi e misurabili, coprono anomalie ambientali, impatti socioeconomici e conseguenze sulla salute. La conclusione più schiacciante è che la maggior parte degli indicatori non mostra tendenze di peggioramento statisticamente significative: la crisi climatica non è ancora evidente. Lo studio mostra che la produzione agricola di sostanza secca è aumentata del 305% dal 1961 al 2023. Inoltre lo studio mostra che la siccità non si è intensificata né espansa a livello globale nel periodo 1981-2018. Anche per le inondazioni non vi è un chiaro consenso sull’emergere della loro frequenza. I dati satellitari mostrano una diminuzione stimata dell’area globale inondata tra il 2003 e il 2018. Gli indicatori globali riflettono un notevole miglioramento globale, in gran parte dovuto all’adattamento e al progresso socioeconomico. Ad esempio la mortalità dovuta a fonti idriche non sicure e alla malaria sono in calo. Non si osservano, inoltre, tendenze statisticamente significative nel numero totale di uragani tropicali o nell’energia ciclonica accumulata. I dati dello studio, dunque, non convalidano l’allarme catastrofista.

Quello che emerge dallo studio è che l’attenzione va posta con maggiore enfasi verso strategie di adattamento. I progressi nella salute e nell’agricoltura sono prove tangibili che l’adattamento socioeconomico e tecnologico può superare l’impatto dei cambiamenti ambientali”.

Incendi, alluvioni e fenomeni estremi: cosa dicono davvero le serie storiche?

Uno degli aspetti più sensibili del dibattito riguarda gli eventi estremi. Mentre la comunicazione pubblica tende a presentarli come in netto aumento, lo studio afferma che, su scala globale, le frequenze e le intensità non mostrano trend significativi di crescita. Il dato contrasta con la percezione mediatica, spesso influenzata dalla maggiore copertura informativa e dalla diffusione dei social. Gli autori sottolineano inoltre che le serie storiche lunghe sono fondamentali per distinguere tra oscillazioni naturali e tendenze strutturali, evitando conclusioni affrettate basate su singole annate eccezionali.

Il tema della “transizione insensata”

Nell’intervista, Alimonti parla apertamente di una “transizione insensata”, riferendosi alle politiche energetiche che, secondo lui, stanno venendo promosse più sulla base di obiettivi ideologici che non su un’analisi realistica Il ricercatore non nega l’esistenza del cambiamento climatico, ma contesta l’idea che ci si trovi davanti a un peggioramento lineare e inarrestabile. A suo avviso, l’adattamento razionale e la valutazione oggettiva dei rischi dovrebbero guidare le scelte.

“Proponiamo di utilizzare un insieme standardizzato di parametri misurati e di analizzarli in prospettiva storica, per capire se effettivamente esiste una tendenza al peggioramento delle condizioni climatiche globali. Attenendosi ai dati è più difficile abbandonarsi a interpretazioni fantasiose”, dichiara Gianluca Alimonti in un’intervista pubblicata su ‘La Verità’ di oggi.

“L’analisi delle serie temporali degli indicatori rileva che la maggior parte degli indicatori non mostra tendenze di peggioramento statisticamente significative”.

Sulla distinzione tra transizione ecologica ed energetica dichiara: “la transizione ecologica si focalizza quasi esclusivamente sull’impatto ecologico inteso come cambiamento climatico. Essa valuta ogni intervento con il solo metro delle emissioni di CO₂. La transizione energetica è una necessità, data dal fatto che la nostra società si è sviluppata grazie all’energia abbondante, in gran parte da combustibili fossili. La transizione energetica mira a trovare un sistema di approvvigionamento che garantisca lo sviluppo futuro della società senza danneggiare l’ambiente. Il suo ultimo fine non è la decarbonizzazione, ma la sostenibilità sul lungo periodo”.

“L’Ue si è auto-inflitta una transizione ecologica che ha poco senso: avendo un peso insignificante sulle emissioni globali, l’ostinazione per il net zero al 2050 non è motivata, ma porta all’impoverimento generale e a una crescente tassazione”.

In conclusione “poiché i dati non mostrano un generale peggioramento delle tendenze, abbiamo tempo per sviluppare politiche ragionevoli. Sosteniamo un approccio equilibrato che integri in modo misurabile mitigazione e adattamento. L’adattamento si rileva spesso più efficace dei soli sforzi di mitigazione. L’attenzione dovrebbe essere sull’innovazione tecnologica, per fare in modo che il passaggio ad un nuovo sistema energetico porti ad una maggiore prosperità”, conclude.

Crisi climatica