I cicloni tropicali non provocano solo vittime dirette ma aumentano il rischio di morte per diverse patologie nelle settimane successive all’impatto. Lo mostra uno studio, pubblicato su The BMJ e coordinato da Wenzhong Huang e Yuming Guo della Monash University di Melbourne, che ha analizzato 14,9 milioni di decessi in 1.356 comunità di nove Paesi tra il 2000 e il 2019. L’analisi, che copre Australia, Brasile, Canada, Corea del Sud, Messico, Nuova Zelanda, Filippine, Taiwan e Thailandia, indica che il rischio di mortalità cresce fino al 92% per malattie renali e del 21% per traumi nei primi quindici giorni dopo il passaggio di un ciclone. Incrementi più moderati ma significativi emergono anche per diabete, disturbi neuropsichiatrici, malattie infettive, respiratorie e cardiovascolari.
Secondo gli autori, l’aumento dei decessi è legato alla distruzione dei servizi sanitari, alla difficoltà di accesso ai farmaci e allo stress fisico e psicologico causato dall’emergenza. Le aree più povere e quelle meno abituate a eventi estremi risultano le più vulnerabili.
Le piogge intense, più che i venti, sembrano essere il principale fattore di rischio, a causa di inondazioni e contaminazioni dell’acqua.
Lo studio evidenzia la necessità di includere l’impatto sanitario dei cicloni nei piani di gestione dei disastri e di migliorare i sistemi di allerta per proteggere le popolazioni fragili. “Serve integrare la conoscenza epidemiologica dei cicloni tropicali nelle strategie di salute pubblica – concludono i ricercatori -, per ridurre i rischi diretti e indiretti legati al riscaldamento globale“.
