La foresta amazzonica rischia di perdere oltre un terzo della sua estensione storica entro la fine del XXI secolo. A lanciare l’allarme è un nuovo studio guidato dalla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), che analizza per la prima volta in modo sistematico l’interazione tra deforestazione e riscaldamento globale. L’Amazzonia, che si estende su circa 5,5 milioni di km quadrati, è la più grande foresta pluviale del pianeta, un serbatoio di biodiversità e un pilastro della regolazione climatica globale. I suoi alberi e i suoi suoli immagazzinano circa il 10% del carbonio terrestre, mentre l’evaporazione alimenta il ciclo delle piogge che sostiene l’intero ecosistema.
Utilizzando modelli avanzati del sistema Terra, i ricercatori hanno ricostruito l’evoluzione della deforestazione dal 1950 al 2014 e simulato scenari futuri. I risultati mostrano che il 25% delle perdite previste è legato ai cambiamenti nell’uso del suolo, mentre un ulteriore 13% è attribuibile all’aumento delle temperature. Superare questa soglia significherebbe oltrepassare il limite critico del 20-25% di perdita, oltre il quale la foresta potrebbe collassare, trasformandosi rapidamente in paesaggi simili alla savana.
Il rischio cresce soprattutto se il riscaldamento globale supera i 2,3°C. Senza politiche più incisive su clima e tutela forestale, avvertono gli autori, l’Amazzonia potrebbe avvicinarsi pericolosamente a un punto di non ritorno, con effetti globali su clima, biodiversità e società umane.
