Il 15 dicembre 1964, da una rampa della base americana di Wallops Island, decollava un razzo Scout destinato a fare la storia. A bordo c’era San Marco 1, il primo satellite italiano e il primo interamente costruito da un Paese europeo. Con quel lancio, l’Italia diventava il 3° Paese al mondo, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica, capace di progettare, costruire, mettere in orbita e controllare un satellite con personale interamente nazionale. Oggi, 15 dicembre 2025, a distanza di 61 anni, quell’impresa resta una pietra miliare della scienza e della tecnologia italiane.
San Marco 1, dal peso di 115,2 kg, rimase in orbita per circa 271 giorni, seguendo una traiettoria ellittica con apogeo di circa 850 chilometri e perigeo di 200, completando un’orbita ogni 90 minuti. Il cuore scientifico del satellite era la “bilancia Broglio”, uno strumento all’avanguardia progettato da Luigi Broglio, unanimemente considerato il padre dello spazio italiano. L’obiettivo era ambizioso: misurare la densità dell’atmosfera tra i 200 e i 400 km di quota, analizzando la resistenza dell’aria sul moto orbitale, un tema cruciale negli anni della corsa allo Spazio e delle missioni lunari. A bordo trovava spazio anche un esperimento di Nello Carrara, dedicato allo studio della ionosfera. Il satellite concluse la sua missione il 14 settembre 1965, rientrando nell’atmosfera terrestre.
Dietro quel successo c’era una lunga preparazione e una rete di competenze che prese forma tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. I protagonisti furono Edoardo Amaldi, fisico di fama internazionale, e Luigi Broglio, ingegnere aeronautico, professore universitario e generale del Genio aeronautico. Proprio la “doppia anima” di Broglio, accademica e militare, consentì all’Italia di muoversi con autorevolezza sia nei laboratori universitari sia nelle strutture delle Forze armate, favorendo la nascita nel 1956 del Centro ricerche aerospaziali dell’Università di Roma e l’utilizzo della base di Salto di Quirra, in Sardegna, per i primi lanci sperimentali.
Determinanti furono anche i rapporti con il mondo scientifico americano: da Theodore von Kármán a Hugh Dryden, allora direttore scientifico della NASA, passando per gli italiani emigrati negli Stati Uniti come Luigi Crocco e Antonio Ferri. In questo contesto, l’8 settembre 1959 nacque al CNR la Commissione per le ricerche spaziali, presieduta da Broglio, che riunì il meglio della comunità scientifica nazionale e pose le basi per un vero programma spaziale.
Il passo decisivo arrivò nell’ottobre 1961, quando il governo Fanfani approvò ufficialmente il Progetto San Marco, stanziando 4,5 miliardi di lire e avviando una collaborazione strutturata con la NASA, sancita da accordi firmati tra il 1962 e il 1963 anche a livello politico internazionale. Il programma prevedeva non solo la realizzazione dei satelliti, ma anche la formazione completa di personale italiano e la costruzione di una piattaforma di lancio equatoriale oceanica, un’idea allora rivoluzionaria.
Il lancio di San Marco 1 fu il coronamento della 2ª fase del progetto: tutte le operazioni – dall’assemblaggio del vettore al controllo dell’orbita, fino all’analisi dei dati scientifici – furono condotte con successo dal team italiano, guadagnando il plauso degli osservatori della Nasa. La 3ª fase avrebbe portato, pochi anni dopo, al lancio autonomo del San Marco 2 dalla piattaforma equatoriale al largo delle coste del Kenya, nel 1967.
Oggi, mentre l’Italia è protagonista nelle grandi missioni europee e internazionali, il ricordo di San Marco 1 non è solo una celebrazione del passato. È la testimonianza di come visione scientifica, cooperazione internazionale e investimento nel capitale umano possano trasformare un Paese in un protagonista globale. Tutto iniziò quel 15 dicembre 1964, quando un piccolo satellite aprì all’Italia la strada verso lo Spazio.
