Nel cuore selvaggio della Groenlandia settentrionale, un gigante di ghiaccio sta lottando contro il tempo. È il Nioghalvfjerdsbræ, meglio noto come il Ghiacciaio 79°N. Si tratta di una delle ultime tre lingue di ghiaccio galleggianti rimaste in tutta la regione, ma oggi la sua sopravvivenza è minacciata da un fenomeno tanto affascinante quanto inquietante: la comparsa di enormi laghi di fusione superficiale che, svuotandosi improvvisamente, agiscono come enormi cunei idraulici capaci di sollevare l’intero ghiacciaio.
Il mistero del lago nato dal caldo
Tutto è iniziato a metà degli anni ’90. Prima di allora, in quella zona del ghiacciaio non esistevano laghi. Con l’aumento delle temperature atmosferiche, nel 1995 è apparsa una distesa d’acqua di ben 21 km quadrati. Da allora, questo lago non si è limitato a restare in superficie: ha iniziato a “perforare” il ghiaccio.
Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista The Cryosphere, gli scienziati hanno documentato 7 grandi eventi di drenaggio e 4 di questi si sono verificati negli ultimi 5 anni.
Quando il ghiaccio si comporta come un elastico
Il ghiaccio è un materiale strano: scorre lentamente come un fluido viscoso, ma è anche elastico. “Questa natura elastica permette la formazione di fratture e canali“, ha spiegato la prof.ssa Angelika Humbert, glaciologa presso l’Alfred Wegener Institute (AWI). Quando il lago si svuota, l’acqua non scivola semplicemente via:
- Crea “mulini glaciali”, enormi pozzi verticali larghi decine di metri che portano l’acqua direttamente alla base del ghiacciaio;
- Genera fratture triangolari, campi di crepe mai visti prima che rimangono visibili per anni, come vere e proprie cicatrici nel ghiaccio;
- Solleva la calotta: l’immensa pressione dell’acqua che penetra sotto il ghiacciaio crea una sorta di “bolla” subglaciale, capace di spingere verso l’alto l’intera massa ghiacciata.
“Per la prima volta abbiamo misurato i canali che si formano durante il drenaggio e come cambiano negli anni“, ha affermato Humbert. Le immagini radar mostrano che, anche se i canali interni tendono a richiudersi col tempo, la rete di fratture rimane attiva e pronta a riattivarsi.
Un sistema verso il punto di non ritorno?
Il ritmo sta accelerando. Gli scienziati si pongono ora una domanda cruciale: il ghiacciaio 79°N è ancora in grado di tornare al suo stato “normale” dopo l’inverno, o le frequenti scariche d’acqua lo hanno spinto in un nuovo stato di instabilità permanente?
In soli 10 anni, quello che era un evento raro è diventato una routine distruttiva. Le fratture si stanno spostando sempre più verso l’alto, colpendo aree sempre più vaste. Se la lingua galleggiante dovesse collassare, l’intero flusso di ghiaccio della Groenlandia verso l’oceano potrebbe accelerare drasticamente, con conseguenze dirette sull’innalzamento del livello dei mari.
Cosa significa per il futuro?
La ricerca condotta dall’AWI, in collaborazione con le università di Darmstadt e Stoccarda, non è solo un monito, ma una base fondamentale per aggiornare i nostri modelli climatici. Capire come l’acqua scava il ghiaccio dall’interno ci permetterà di prevedere con più precisione quanto tempo resta ai giganti bianchi del Nord.
