Ogni anno, decine di migliaia di uccelli marini muoiono come vittime invisibili della pesca commerciale. Attirati dal cibo, finiscono impigliati nelle reti o agganciati agli ami dei palangari. Si stima che tra 50.000 e 75.000 uccelli vengano uccisi ogni anno solo dalla pesca con palangari, mentre ben 170 milioni di individui nel mondo sono esposti al rischio di cattura accidentale, il cosiddetto bycatch. Nel solo Emisfero Sud, la situazione è drammatica: circa 40.000 albatros e procellarie vengono catturati ogni anno e fino al 90% delle specie di albatros è oggi minacciato dall’attività di pesca. Tra le più colpite c’è l’albatros delle Antipodi, specie endemica della Nuova Zelanda. Con una popolazione di circa 28.000 individui, sta diminuendo a un ritmo spaventoso del 6% l’anno, principalmente a causa della pesca industriale in alto mare.
Di fronte a un rischio concreto di estinzione, i ricercatori si sono posti una domanda cruciale: dove e quando avvengono questi incontri mortali tra uccelli e pescherecci? La risposta arriva da un nuovo studio pubblicato sulla rivista Biological Conservation, frutto di una collaborazione internazionale che coinvolge, tra gli altri, il Plymouth Marine Laboratory (PML), l’University of the Sunshine Coast e istituti di ricerca australiani e neozelandesi. I ricercatori hanno applicato minuscoli trasmettitori satellitari a 192 albatros delle Antipodi di ogni età e sesso, seguendone i movimenti attraverso l’immenso Oceano Meridionale.
Questi dati sono stati incrociati con le posizioni precise delle navi da pesca ottenute tramite il sistema AIS (Automatic Identification System), creando una vera e propria “mappa delle collisioni” tra uccelli e imbarcazioni. Ma lo studio ha fatto un passo in più: ha aggiunto un terzo livello di analisi, quello oceanografico. Grazie all’esperienza del PML nell’osservazione della Terra, i ricercatori hanno analizzato come le caratteristiche fisiche dell’oceano influenzino le zone di rischio. Tra queste:
- fronti termici, dove acque calde e fredde si incontrano;
- turbolenze e mescolamenti d’acqua;
- vortici oceanici (eddies) che si estendono per decine di chilometri.
I risultati
L’analisi, condotta sia su scala stagionale che mensile, ha rivelato che i punti caldi di collisione si estendono tra i 25° e i 40° di latitudine sud, con un rischio che varia nel corso dell’anno. I mesi invernali dell’Emisfero Sud sono i più pericolosi, e gli albatros giovani risultano i più esposti. Su larga scala, le zone più rischiose coincidono con aree dove i fronti termici si formano frequentemente. Su scala mensile, invece, i vortici oceanici che concentrano le prede creano zone temporanee ma estremamente pericolose, attirando sia gli uccelli affamati sia le flotte da pesca.
Secondo Dr. Peter Miller, scienziato del PML e coautore dello studio, questo approccio può cambiare il futuro della conservazione marina: “la cattura accidentale è la principale minaccia per gli albatros delle Antipodi e molte altre specie. Il nostro metodo fornisce alle organizzazioni di gestione della pesca strumenti concreti per migliorare le regole di prevenzione del bycatch e agire in modo mirato”. Il primo autore dello studio, Ho Fung (Billy) Wong, sottolinea l’urgenza della situazione: “questi uccelli si riproducono solo ogni due anni su piccole isole della Nuova Zelanda e sono già minacciati da cambiamenti climatici e inquinamento da plastica”.
Il team raccomanda ora che le misure di mitigazione del bycatch stabilite dalle Organizzazioni Regionali di Gestione della Pesca (RFMOs), come la Western and Central Pacific Fisheries Commission, vengano estese alle zone di rischio identificate, in particolare tra i 25° e i 30° sud. Tra le misure proposte: cavi dissuasori per gli uccelli, zavorre sugli ami e pesca notturna. Attualmente, in alcune di queste aree, solo una di queste misure è obbligatoria.
Un ulteriore problema è che molte delle aree più pericolose si trovano in alto mare, fuori dalla giurisdizione dei singoli Stati. Tuttavia, come conclude la professoressa Kylie Scales dell’University of the Sunshine Coast, lo studio apre nuove speranze: “questo metodo basato sui dati può aiutare a prevedere i rischi e spingere verso regole più severe, rendendo la pesca più sostenibile e salvando specie sull’orlo dell’estinzione”.
Una mappa, dunque, che potrebbe fare la differenza tra la sopravvivenza e la scomparsa di uno degli uccelli più iconici degli oceani.
