Artemis II: in rotta verso la Luna con un’incognita

Il difetto "conosciuto" dello scudo termico di Orion accende il dibattito tra i veterani della NASA e i vertici dell’agenzia a poche settimane dal lancio

Il prossimo 6 febbraio, se il cronoprogramma verrà rispettato, 4 esseri umani varcheranno i confini dell’orbita terrestre per tornare a circumnavigare la Luna, un’impresa che manca dai tempi delle missioni Apollo. Tuttavia, a bordo della capsula Orion, l’entusiasmo dei 4  astronauti – Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – convive con la consapevolezza di un difetto tecnico non risolto ma “gestito”. Al centro della controversia c’è lo scudo termico, una componente vitale larga 5 metri progettata per proteggere l’equipaggio dalle temperature infernali del rientro atmosferico. Dopo che la missione di prova Artemis I del 2022 ha rivelato danni inaspettati al rivestimento protettivo, la NASA si trova davanti a un bivio: procedere con una missione basata su una traiettoria di volo modificata o ascoltare le voci dissidenti di esperti e veterani che chiedono di fermare il test per evitare un potenziale disastro. La posta in gioco non è solo il successo di un programma da miliardi di dollari, ma la vita stessa dell’equipaggio in quella che è considerata la fase più violenta del viaggio.

Un’eredità tecnologica sotto esame

Il problema risiede nell’Avcoat, il materiale ablativo che riveste lo scudo termico. Sebbene questo materiale sia stato utilizzato con successo fin dall’era Apollo, la NASA ha deciso di cambiare il processo di produzione per la capsula Orion, passando da una complessa struttura a nido d’ape a un sistema di grandi blocchi pre-prodotti. Questa scelta, dettata da esigenze di efficienza industriale e riduzione dei costi, ha mostrato i suoi limiti durante il volo senza equipaggio Artemis I.

Al ritorno sulla Terra nel 2022, lo scudo di Orion presentava danni e distacchi di materiale non previsti. Invece di consumarsi in modo uniforme, frammenti di scudo si sono letteralmente staccati a causa della pressione dei gas intrappolati sotto la superficie.

Il paradosso di Artemis II è che la capsula già montata sulla rampa di lancio possiede uno scudo termico potenzialmente meno “traspirante” di quello della missione precedente. Poiché il pezzo era stato installato prima ancora che i risultati di Artemis I fossero analizzati, la NASA si trova ora a volare con un componente che i suoi stessi ingegneri considerano “deviante” rispetto agli standard ottimali.

La strategia della “traiettoria loft”

Per mitigare il rischio, l’agenzia spaziale ha elaborato una soluzione basata sulla dinamica di volo. Invece del previsto “skip reentry” – una manovra in cui la capsula rimbalza sull’atmosfera come un sasso sullo specchio di un lago per dissipare calore – Orion seguirà una traiettoria chiamata “loft“. Questo profilo di rientro prevede un angolo di discesa più ripido, riducendo il tempo totale di esposizione al picco di calore estremo, che può raggiungere i 2.760°C.

Secondo i tecnici della NASA, questo accorgimento manterrà lo scudo entro i margini di sicurezza. Inoltre, l’agenzia confida in una struttura composita sottostante lo strato di Avcoat che potrebbe agire come ultima linea di difesa, sebbene tale componente non sia stata originariamente progettata per questo scopo.

Voci dal passato: l’ombra del Columbia

Nonostante le rassicurazioni ufficiali, una parte della comunità scientifica e diversi ex astronauti esprimono profonda preoccupazione. Il timore principale è che la NASA stia cadendo nella cosiddetta “normalizzazione della devianza“, un fenomeno psicologico e burocratico già osservato prima dei disastri dello Space Shuttle Challenger e Columbia. In quegli episodi, anomalie tecniche ricorrenti vennero ignorate fino a quando non portarono alla tragedia.

Alcuni esperti sottolineano che gli strumenti informatici utilizzati per prevedere il comportamento delle crepe nello scudo termico siano modelli semplificati, incapaci di calcolare con precisione come e quanto velocemente un danno possa propagarsi durante lo stress estremo del rientro a 30 volte la velocità del suono. Per questi critici, procedere con la missione equivale a scommettere sulla fortuna piuttosto che sulla certezza ingegneristica.

Il verdetto della rampa di lancio

Mentre i leader della missione si dicono fiduciosi, definendo il rischio come “moderato” e sotto controllo, il razzo SLS con la capsula Orion è già stato posizionato sulla rampa di lancio il 17 gennaio. I prossimi giorni saranno decisivi: la Flight Readiness Review stabilirà se il coraggio dei 4 pionieri sarà supportato da una tecnologia realmente pronta o se Artemis II diventerà un test di sopravvivenza in tempo reale.