Clima, dietrofront sugli Orsi Polari: studio scientifico alle Svalbard dimostra che negli ultimi 20 anni stanno sempre meglio

Un nuovo studio rivela che, nonostante la perdita record di habitat marino, la condizione fisica dei plantigradi nel Mare di Barents è migliorata negli ultimi vent'anni, sfidando le previsioni globali

Negli ultimi decenni, l’Artico è diventato l’emblema del riscaldamento globale, con temperature che aumentano da due a quattro volte più velocemente rispetto alla media mondiale. In questo scenario, l’orso polare (Ursus maritimus) è stato a lungo considerato la vittima predestinata della scomparsa del ghiaccio marino. Tuttavia, una ricerca rivoluzionaria pubblicata sulla rivista Scientific Reports dai ricercatori Jon Aars, E. N. Ieno, M. Andersen, A. E. Derocher, Ø. Wiig e A. F. Zuur getta una luce nuova e inaspettata sulla resilienza di questa specie nell’arcipelago delle Svalbard.

Il Mare di Barents ha registrato la perdita di ghiaccio marino più rapida di qualsiasi altra regione artica, con una riduzione dell’habitat di circa quattro giorni all’anno tra il 1979 e il 2014. Nonostante questa drastica trasformazione ambientale, lo studio condotto dal Norwegian Polar Institute rivela che la popolazione locale non solo appare in salute, ma ha mostrato un miglioramento della condizione corporea a partire dal 2000. L’indagine si è basata su un dataset imponente di 1.188 catture relative a 770 orsi adulti monitorati tra il 1995 e il 2019. Analizzando l’Indice di Condizione Corporea (BCI), che misura le riserve di grasso degli animali, i ricercatori hanno osservato un declino iniziale fino al 2000, seguito però da un costante aumento nelle due decadi successive, proprio durante il periodo di più rapida scomparsa del ghiaccio.

orso polare

Per comprendere questo fenomeno, gli scienziati hanno analizzato le diverse strategie di utilizzo dello spazio adottate dagli orsi delle Svalbard, distinguendo tra orsi locali e pelagici. Gli orsi locali rimangono confinati nell’area dell’arcipelago per tutto l’anno e, con il ritiro dei ghiacci, trascorrono diversi mesi sulla terraferma. Al contrario, gli orsi pelagici seguono il ghiaccio marino mentre si ritira verso nord in primavera, migrando per centinaia di chilometri verso il bordo dei ghiacci o verso l’arcipelago russo della Terra di Francesco Giuseppe. Sebbene gli orsi pelagici debbano affrontare sforzi energetici maggiori, inclusi lunghi tratti a nuoto che ora possono raggiungere i 200-300 chilometri a causa dello spostamento dei ghiacci, essi mantengono il vantaggio di poter cacciare foche per periodi più lunghi rispetto ai residenti locali.

Il segreto della resistenza degli orsi delle Svalbard potrebbe risiedere in una dieta più diversificata e nell’adattamento alle risorse disponibili. Con la riduzione del tempo trascorso sul ghiaccio a cacciare foche anellate, molti esemplari hanno iniziato a sfruttare fonti di cibo alternative. Si è registrato un forte aumento di orsi che saccheggiano le colonie di uccelli marini per nutrirsi di uova e pulcini, oltre a casi documentati di caccia riuscita alla renna delle Svalbard, la cui popolazione è in crescita nell’area. Un altro fattore chiave è il recupero delle popolazioni di trichechi che, grazie a decenni di protezione, forniscono ora carcasse preziose capaci di nutrire numerosi orsi per lunghi periodi. Inoltre, la foca comune si sta diffondendo lungo le coste delle Svalbard come “vincitore climatico“, offrendo una nuova preda per i plantigradi. I ricercatori ipotizzano anche che la perdita di ghiaccio marino possa paradossalmente aumentare l’efficienza di caccia in brevi periodi, poiché le foche sono costrette a concentrarsi in aree ghiacciate più ristrette.

L’analisi ha inoltre evidenziato come le variabili biologiche influenzino le riserve di grasso degli animali. Nei maschi, la condizione fisica aumenta drasticamente fino ai 12 anni, età in cui raggiungono la piena maturità, per poi mostrare un lieve declino dopo i 20 anni. Nelle femmine l’aumento è meno marcato e raggiunge un plateau intorno ai 10 anni. Lo studio conferma che lo stato riproduttivo è determinante: le femmine con cuccioli dell’anno presentano riserve di grasso significativamente inferiori rispetto alle femmine sole o con piccoli di due anni, a causa dell’enorme sforzo energetico richiesto dall’allattamento.

L’importanza di questa ricerca risiede nel sottolineare che non esiste un unico destino per tutte le popolazioni di orsi polari nell’Artico. Mentre popolazioni nella Baia di Hudson o nel Mare di Beaufort meridionale mostrano cali drammatici legati alla perdita di ghiaccio, gli orsi delle Svalbard stanno attualmente resistendo bene, analogamente a quanto osservato nel Mare di Chukchi. Tuttavia, gli autori avvertono che questa resilienza potrebbe essere temporanea. Se il ghiaccio continuerà a ritirarsi oltre la piattaforma continentale verso acque profonde e meno produttive, o se la popolazione raggiungerà il limite della nuova capacità portante dell’ambiente, si potrebbe assistere a un declino improvviso. Il monitoraggio continuo resta dunque fondamentale per comprendere il futuro di questo predatore in un mondo in rapido cambiamento.