L’ultimo massimo glaciale, un periodo compreso tra 19.000 e 23.000 anni fa, è spesso immaginato come un’epoca di freddo estremo in cui le calotte glaciali continentali dominavano gran parte del Nord America e dell’Europa. In questo scenario, si è a lungo ipotizzato che anche le profondità dell’Oceano Atlantico fossero prossime al congelamento, con una circolazione oceanica drasticamente ridotta o alterata. Tuttavia, un nuovo e approfondito studio condotto da un team internazionale di ricercatori, tra cui Jack H. Wharton e David J. R. Thornalley, getta una luce del tutto nuova su questo enigma paleoceanografico. I risultati indicano che, contrariamente alle credenze precedenti, la formazione di acque profonde nel Nord Atlantico non solo persistette, ma mantenne temperature sorprendentemente miti nonostante il clima glaciale circostante.
Un mistero sepolto nei sedimenti oceanici
La comprensione dello stato dell’Atlantico profondo durante le ere glaciali è sempre stata limitata dalla scarsità di dati diretti sulla temperatura e sulla salinità di quel periodo. Fino ad oggi, le stime più accreditate si basavano sull’analisi delle acque interstiziali dei sedimenti, le quali suggerivano che le acque profonde fossero vicine al punto di congelamento, ovvero tra -1,1°C e -1,9°C. Per superare queste incertezze, i ricercatori hanno analizzato tredici carote di sedimenti marini raccolte in vari punti dell’Atlantico nord-occidentale, tra cui Cape Hatteras e Bermuda Rise, coprendo profondità comprese tra 1,5 e 5 chilometri. Questo approccio ha permesso di ricostruire un profilo verticale dettagliato delle proprietà idrografiche dell’oceano durante il picco dell’ultima glaciazione.
La resilienza termica delle correnti profonde
Attraverso l’uso di sofisticati proxy geochimici, come il rapporto tra metalli in traccia (magnesio, calcio e litio) nei gusci di foraminiferi bentonici e l’analisi degli isotopi raggruppati, lo studio ha dimostrato che le temperature nell’Atlantico profondo erano comprese tra 0°C e +2°C. Questo significa che le acque erano solo di circa 1,8 gradi più fredde rispetto a oggi, una differenza molto meno marcata di quanto stimato in precedenza. Questa scoperta suggerisce che la produzione della Nord Atlantic Deep Water (NADW), la corrente profonda che trasporta calore e nutrienti, sia rimasta sostenuta e attiva anche durante le fasi più rigide dell’era glaciale. Il mantenimento di questa “pompa oceanica” ha avuto implicazioni cruciali per il trasporto di calore meridionale e per la stabilità climatica globale dell’epoca.
Il ruolo cruciale del sale e delle correnti subtropicali
Un aspetto fondamentale emerso dalla ricerca riguarda il meccanismo che ha permesso a queste acque di affondare nonostante non fossero gelide. I dati indicano che l’acqua profonda glaciale era probabilmente molto salata, una caratteristica che ne aumentava la densità favorendo la convezione. Questo eccesso di sale può essere rintracciato fino alle regioni subtropicali dell’Atlantico. Durante il massimo glaciale, i forti venti glaciali, freddi e secchi, aumentavano l’evaporazione nelle zone subtropicali, rendendo le acque superficiali più salate. Queste acque venivano poi trasportate verso nord dalla Corrente del Nord Atlantico, mantenendo la densità necessaria per l’affondamento anche prima che l’acqua raggiungesse il punto di congelamento superficiale.
Implicazioni per i modelli climatici futuri
Oltre a riscrivere il passato, questo studio fornisce vincoli essenziali per testare e migliorare i modelli del sistema Terra utilizzati per proiettare i cambiamenti climatici futuri. La scoperta che la produzione di acque profonde possa persistere in diverse configurazioni geografiche e climatiche suggerisce una maggiore resilienza del sistema di circolazione atlantica di quanto si pensasse. I ricercatori sottolineano che la capacità di prevedere con precisione il futuro della circolazione oceanica dipende dalla corretta simulazione di questi processi di formazione delle acque profonde in scenari variabili. In definitiva, i segreti svelati dai sedimenti glaciali offrono una bussola preziosa per navigare le incertezze sul riscaldamento globale moderno e delle sue conseguenze sulle correnti oceaniche. Un tema, quindi, su cui servirebbe molta più cautela rispetto alle certezze ostentate quotidianamente dai catastrofisti del clima.
