Lezione di geografia per gli analfabeti: l’Iran si affaccia sul mare per migliaia di chilometri

La geopolitica delle bufale e menzogne geografiche: la realtà dell'Iran è quella di un Paese con tremila chilometri di coste pronti per la libertà

In un’epoca dominata dalla post-verità, assistiamo a un fenomeno inquietante: la manipolazione della geografia fisica per giustificare l’inerzia politica. Una parte consistente della sinistra italiana e occidentale, messa alle strette sulla clamorosa assenza di mobilitazioni di massa a sostegno della resistenza iraniana — paragonabili per veemenza a quelle “Pro-Pal” o alle spedizioni della “Freedom Flotilla” per Gaza — ha iniziato a diffondere una tesi che rasenta l’analfabetismo funzionale. Secondo questi esponenti, l’Iran sarebbe un Paese totalmente montuoso, quasi “chiuso”, privo di quegli sbocchi marittimi che renderebbero possibili missioni umanitarie via mare. La realtà scientifica e cartografica, tuttavia, demolisce questo castello di menzogne: l’Iran non solo ha il mare, ma possiede uno sviluppo costiero monumentale che lo rende uno dei baricentri marittimi più strategici dell’intero pianeta.

Scientificamente parlando, l’Iran vanta circa 2.440 chilometri di costa a sud, affacciandosi sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman, a cui si aggiungono gli oltre 700 chilometri di litorale settentrionale sul Mar Caspio. In totale, parliamo di oltre 3.100 chilometri di sponde. Affermare che non vi sia il mare significa ignorare l’esistenza dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia dell’energia mondiale, e di porti colossali come Bandar Abbas o Chabahar. Se attivisti internazionali come Greta Thunberg e i vari esponenti della galassia cosiddetta pacifista riescono a coordinare voli transcontinentali per imbarcarsi in Sicilia verso le coste di Gaza, non esiste alcun impedimento logistico che impedisca loro di atterrare a Dubai, Abu Dhabi, Doha o Muscat. Queste metropoli del Golfo si trovano a poche ore di navigazione dalle coste iraniane. Una “Flotilla per la Libertà dell’Iran” potrebbe partire dal Qatar o dagli Emirati Arabi Uniti e raggiungere le acque territoriali iraniane con una facilità logistica persino superiore a quella del Mediterraneo orientale, data la densità di infrastrutture portuali moderne nell’area.

La tesi della sinistra non è solo un errore geografico, ma una speculazione politica che tradisce una doppia morale. Mentre per Gaza si organizzano flottiglie che spesso finiscono per agevolare indirettamente le reti di Hamas — regime finanziato e armato proprio da Teheran — per il popolo iraniano che soffre sotto il giogo degli ayatollah, regna un complice silenzio. La geografia viene usata come scudo: si dice che l’Iran sia lontano o inaccessibile per non dover ammettere che il regime teocratico è, per certa sinistra post-ideologica, un “alleato oggettivo” in chiave anti-occidentale, esattamente come accaduto con il Venezuela di Maduro. Eppure, anche volendo ignorare la via marittima, la geografia dell’Iran offre infinite possibilità per missioni umanitarie e carovane di solidarietà via terra attraverso la Turchia o il Caucaso, o tramite ponti aerei che potrebbero forzare l’isolamento morale del regime. L’inaccessibilità è politica, non fisica.

L’Iran che vediamo oggi è l’ombra di una nazione che è stata, per millenni, il faro della civiltà. L’antica Persia non era solo un impero vastissimo che collegava l’Oriente all’Occidente, ma una terra di cultura, scienza e tolleranza. Anche nel secolo scorso, sotto la guida dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, l’Iran stava vivendo una stagione di modernizzazione accelerata, diventando un Paese liberale, evoluto, dove le donne potevano studiare, vestirsi liberamente e partecipare alla vita pubblica, e dove le università di Teheran erano centri di eccellenza mondiale. Quell’Iran era una potenza rispettata, integrata nel sistema internazionale e proiettata verso il futuro. La rivoluzione del 1979 non ha solo cambiato un governo, ha sequestrato la geografia e la storia di un popolo straordinario, trasformando una nazione solare e marittima in una fortezza buia e oppressiva.

Oggi, l’enormità geografica dell’Iran — dai monti Zagros alle pianure costiere del Khuzestan — attende solo di tornare a respirare. Una mobilitazione internazionale seria, che non si fermi a scuse pseudo-geografiche, sarebbe il segnale che il mondo non ha dimenticato le decine di milioni di iraniani che sognano la democrazia. Smontare la menzogna della “mancanza del mare” è il primo passo per smascherare l’ipocrisia di chi predica i diritti umani a intermittenza. L’Iran è lì, affacciato su acque cristalline che potrebbero essere solcate da navi cariche di solidarietà reale, non di ideologia. Restituire all’Iran la sua libertà significherebbe restituire al mondo uno dei suoi cuori più pulsanti e nobili, ponendo fine a un’era di oscurantismo che la geografia stessa, con la sua ampiezza e i suoi sbocchi infiniti, si rifiuta di contenere.