Sotto la California si nasconde un “iceberg” di roccia: nuova luce sui segreti della Faglia di Sant’Andrea

Un team di ricercatori ha scoperto che la regione in cui si incontrano le grandi placche tettoniche americane è molto più complessa del previst

Per decenni, le mappe geologiche hanno semplificato la complessa architettura del sottosuolo californiano, descrivendo il punto di incontro tra la Faglia di Sant’Andrea e la Zona di subduzione della Cascadia come una sorta di incrocio a “T” tra tre grandi giganti: la placca del Pacifico, quella Nordamericana e la piccola placca di Gorda. Questa regione, nota come Tripla Giunzione di Mendocino, è da sempre monitorata con estrema attenzione poiché rappresenta uno dei nodi sismici più pericolosi al mondo, capace di generare terremoti di magnitudo devastante.

Tuttavia, la realtà che si cela nelle profondità dell’oceano, al largo della Contea di Humboldt, è emersa come un mosaico molto più intricato e meno lineare di quanto suggerissero i libri di testo. Una nuova ricerca condotta dall’USGS e dalle università di Davis e Boulder, pubblicata sulla prestigiosa rivista Science, ha letteralmente scoperchiato il fondale marino, rivelando l’esistenza di “pezzi fantasma” e frammenti rocciosi che si muovono indipendentemente sotto la crosta. Questi elementi nascosti, agendo come ingranaggi invisibili, modificano radicalmente la distribuzione delle tensioni sotterranee, dimostrando che ciò che vediamo sulla superficie è solo il riflesso parziale di un puzzle tridimensionale estremamente dinamico e finora ignorato.

L’esperimento dell’iceberg

Il lavoro è frutto di una collaborazione tra l’US Geological Survey (USGS), l’Università della California (UC Davis) e l’Università del Colorado a Boulder. Per comprendere cosa accada nella cosiddetta Tripla Giunzione di Mendocino, i sismologi hanno adottato un approccio innovativo: invece di aspettare le grandi scosse, hanno tracciato migliaia di sciami di terremoti a bassissima intensità.
È come studiare un iceberg, secondo David Shelly, primo autore dello studio. “In superficie si vede solo una parte, ma per capire il pericolo bisogna conoscere la configurazione sottostante“. Questi micro-terremoti sono migliaia di volte più deboli di quelli percepibili dall’uomo, ma agiscono come sensori naturali che illuminano i contorni delle placche mentre sfregano l’una contro l’altra.

Oltre le 3 placche: il puzzle si complica

Fino a oggi si pensava che il sistema fosse governato da 3 attori principali: la placca del Pacifico, quella Nordamericana e quella di Gorda. Il nuovo modello svela invece che i pezzi in movimento sono 5.

  • Il frammento Pioneer – Un rimasuglio dell’antica placca di Farallon (ormai quasi scomparsa) che viene trascinato orizzontalmente dalla placca del Pacifico sotto quella nordamericana. È una massa rocciosa invisibile dalla superficie;
  • Un pezzo “traditore” – All’estremità della zona di Cascadia, una porzione della placca nordamericana si è letteralmente staccata e viene trascinata verso il basso dalla placca Gorda che sprofonda nel mantello terrestre.

La conferma dalle maree

Per verificare la validità di questo nuovo modello a 5 pezzi, gli scienziati hanno osservato l’influenza del Sole e della Luna. Proprio come accade con gli oceani, le forze di marea esercitano una pressione sulle rocce. I ricercatori hanno notato che quando l’attrazione gravitazionale si allinea con la direzione del movimento delle placche, il numero di micro-terremoti aumenta. Questa correlazione ha confermato che la struttura profonda ipotizzata dal team è corretta.

Perché questa scoperta è fondamentale?

Capire la geometria profonda della terra non è solo un esercizio accademico. Nel 1992, un violento terremoto di magnitudo 7.2 colpì l’area a una profondità molto inferiore rispetto a quanto i modelli dell’epoca ritenessero possibile. Il nuovo studio spiega finalmente quell’anomalia: la superficie di contatto tra le placche è più vicina alla superficie di quanto immaginato.

Con questa nuova mappa, gli esperti potranno ora affinare i modelli di pericolosità per una delle aree più instabili e potenzialmente devastanti del pianeta.