Nel silenzio apparente delle grandi distese oceaniche, qualcosa sta cambiando. Nel Pacifico tropicale orientale, una delle aree più sensibili e strategiche del sistema climatico terrestre, gli scienziati stanno osservando segnali che potrebbero anticipare la formazione di un nuovo evento di El Niño nei prossimi mesi. Secondo le più recenti proiezioni dei principali centri meteorologici internazionali, questa evoluzione – se confermata – rischia di innescare una catena di effetti climatici globali, rendendo il biennio 2026-2027 un candidato concreto a entrare nella storia come uno dei periodi più caldi mai registrati. Una variazione naturale come El Niño può agire da potente moltiplicatore degli estremi, accentuando ondate di calore, siccità, alluvioni e squilibri atmosferici su scala planetaria.
Le previsioni a medio-lungo termine indicano una probabilità crescente di sviluppo di El Niño nella seconda metà del 2026. In particolare, la NOAA, attraverso il suo Climate Prediction Service, stima una probabilità compresa tra il 50 e il 60% che la fase calda dell’ENSO si manifesti tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno boreale. A rafforzare questa ipotesi contribuiscono anche le valutazioni dell’Australian Bureau of Meteorology, che parla apertamente di una possibile evoluzione verso El Niño già a partire dal mese di giugno. Gli esperti sottolineano tuttavia che, trattandosi di previsioni stagionali, il margine di incertezza resta elevato: l’atmosfera e l’oceano sono sistemi complessi, e piccoli cambiamenti possono modificare significativamente gli scenari attesi.
Cos’è davvero El Niño e perché conta così tanto
El Niño è una delle 3 fasi dell’ENSO (El Niño–Southern Oscillation), un ciclo climatico naturale che nasce dall’interazione tra oceano e atmosfera nel Pacifico tropicale orientale. Durante la fase di El Niño, le acque superficiali dell’oceano si riscaldano in modo anomalo, indebolendo gli alisei e alterando la distribuzione della pressione atmosferica. Questo squilibrio non resta confinato alla regione pacifica: al contrario, si propaga attraverso teleconnessioni atmosferiche che influenzano i regimi di precipitazione, le temperature e la frequenza degli eventi estremi in gran parte del globo.
Il ciclo ENSO oscilla tra 3 stati principali: El Niño (fase calda), La Niña (fase fredda) e una condizione neutra. Attualmente, il pianeta si trova ancora sotto l’influenza di una La Niña in attenuazione. I modelli climatici suggeriscono che tra febbraio e aprile 2026 vi sia circa il 60% di probabilità di una transizione verso una fase neutra. Storicamente, molte fasi neutre sono state seguite da El Niño, anche se questo passaggio non è mai garantito.
Un impatto diretto sulle temperature globali
Dal punto di vista climatico, El Niño è noto per la sua capacità di aumentare la temperatura media globale fino a circa 0,2°C. Può sembrare un valore modesto, ma su scala planetaria rappresenta una spinta enorme, soprattutto in un contesto di riscaldamento globale già avanzato. Il 2025, nonostante la presenza di una La Niña con effetto raffreddante, si è comunque collocato tra gli anni più caldi mai osservati. Senza questo “freno naturale” e con l’aggiunta dell’effetto riscaldante di El Niño, il rischio che il 2026 e il 2027 stabiliscano nuovi record diventa concreto.
Cambiamenti meteorologici su scala regionale
Oltre all’aumento delle temperature medie, El Niño ridisegna profondamente i pattern meteorologici regionali. Negli Stati Uniti meridionali e nell’Europa meridionale, inclusa l’area mediterranea, è atteso un incremento delle precipitazioni, con un conseguente aumento del rischio di alluvioni e dissesto idrogeologico. Al contrario, le regioni settentrionali degli Stati Uniti e del Canada tendono a sperimentare condizioni più calde e secche del normale, con potenziali ripercussioni su risorse idriche, agricoltura ed ecosistemi.
Nel contesto degli oceani, El Niño esercita un’influenza opposta sui cicloni tropicali: nell’Atlantico tende a indebolire la stagione degli uragani, mentre nel Pacifico centrale ed orientale favorisce una maggiore attività ciclonica. Questo spostamento geografico del rischio può avere impatti rilevanti su popolazioni costiere, infrastrutture e sistemi economici regionali.
Uno scenario da monitorare con attenzione
Ciò che accade nel Pacifico tropicale orientale non resta confinato a quell’area remota del pianeta. Le dinamiche in atto suggeriscono che un nuovo El Niño potrebbe fungere da acceleratore di una tendenza climatica già preoccupante, amplificando gli effetti del riscaldamento globale nei prossimi anni. Per questo motivo, la comunità scientifica internazionale continua a monitorare attentamente l’evoluzione delle temperature oceaniche e dei pattern atmosferici, consapevole che le decisioni politiche, economiche e ambientali dei prossimi anni dovranno confrontarsi con uno scenario climatico sempre più estremo e instabile.
