Negli ultimi giorni l’Italia sembra un set cinematografico a cielo aperto. C’è il ragazzo in maglietta, convinto che sia già giugno, e pochi passi più in là la signora con il piumino ben chiuso fino al mento. Si guardano con sospetto, come se l’altro appartenesse a un pianeta diverso. È il solito copione di fine inverno: basta un raggio di sole per sentirsi in estate, e un soffio di vento per tirare fuori la lana. Ma appena il termometro supera i 20 gradi, parte puntuale il commento: “è il cambiamento climatico!”. Da tecnico che lavora ogni giorno con i dati, vi dico: calma. Una giornata calda non significa che stiamo andando a fuoco. Nel tempo meteorologico, gli estremi sono sempre esistiti. Chi scava negli archivi lo sa bene: febbraio non è mai stato un mese tranquillo.
Nel 1990, ad esempio, l’Italia visse un anticipo d’estate con massime fino a +25°C. E nel 2020, a Torino, il vento di Foehn spinse i termometri a +26°C in pieno inverno. I 20 gradi di oggi non sono la “pistola fumante” del riscaldamento globale. È semplicemente meteo: quello che succede ora, giorno per giorno. Il clima, invece, è un’altra cosa: la media di ciò che accade in trent’anni. È lì che si misura davvero il cambiamento del pianeta. Nella vita quotidiana, usiamo spesso le due parole come sinonimi, ma non lo sono.
- Il meteo descrive quello che accade oggi o nei giorni successivi: il tempo atmosferico di breve periodo, influenzato da fronti, venti e pressioni.
- Il clima, invece, è la somma e la media di tutto ciò che è accaduto in almeno tre decenni. Racconta la tendenza, non l’episodio.
Quando parliamo di riscaldamento globale, quindi, non stiamo giudicando un febbraio caldo o un’estate burrascosa, ma il disegno complessivo che emerge dai dati. Un febbraio con +20°C può sorprendere, ma è osservando la frequenza con cui questi episodi si ripetono – e il modo in cui cambiano le stagioni – che si capisce davvero dove stiamo andando.

