Legge Montagna, Confagricoltura Bologna: “bene le intenzioni, ma il declassamento dei Comuni mette a rischio le aziende agricole”

Nuova legge nazionale sulle zone montane, le posizioni di Confagricoltura Bologna

“Riconoscere il valore strategico della montagna è un passo nella giusta direzione, ma non possiamo permettere che una nuova classificazione dei Comuni si traduca in un aumento dei costi per le imprese agricole o in una perdita di strumenti per i territori. Bene le intenzioni alla base della legge, meno la loro applicazione. Servono infatti garanzie chiare a tutela del territorio: nessuna azienda agricola deve pagare il prezzo di un riordino amministrativo. La montagna si sostiene rafforzando chi la presidia ogni giorno, non complicandone la sopravvivenza”. Con queste parole Davide Venturi, presidente di Confagricoltura Bologna, interviene sulla nuova legge nazionale sulle zone montane (Legge 12 settembre 2025, n. 131), entrata in vigore dal 20 settembre 2025. “La norma infatti era nata con obiettivi condivisibili: contrastare lo spopolamento delle aree montane, rafforzandone i servizi essenziali e valorizzare le attività economiche compatibili con territori fragili. Positivi sembravano essere i risvolti anche per il settore primario: era riconosciuto il ruolo dell’agricoltura, della zootecnia di montagna e della silvicoltura come presidio ambientale e sociale, senza dimenticare la valorizzazione dei sistemi agro-silvo-pastorali, delle filiere forestali con la certificazione e l’uso energetico del legno”, si legge nella nota.

“Poi però qualcosa si è inceppato. A creare problemi e forti preoccupazioni è stata la nuova definizione di “comune montano” ai fini della legge, demandata a un DPCM che fisserà i criteri legati principalmente a parametri altimetrici – soglie legate a superficie sopra i 600 metri – e di pendenza, con un aggiornamento annuale dell’elenco. Tra i comuni esclusi nell’Area Metropolitana di Bologna vi sarebbero Monte San Pietro, Sasso Marconi, Marzabotto, Borgo Tossignano, Casalfiumanese e Fontanelice. Forte preoccupazione anche per Pianoro e una parte di Valsamoggia”, si legge ancora.

“Si tratta di un’impostazione nettamente più morfologica che va a ridisegnare la mappa dei territori inclusi ed esclusi. È un qualcosa che va urgentemente fermato perché rischia di compromettere l’esistenza e la sopravvivenza di molte realtà montane, che finirebbero ulteriormente abbandonate anche da chi, come le Istituzioni centrali, dovrebbe invece sostenerle. Quando un comune esce dalla classificazione montana può perdere leve fondamentali di politica pubblica”, spiega Venturi.

“Il riferimento va al possibile impatto sull’accesso a fondi e misure dedicate ai Comuni montani. Si tratta di minori risorse per infrastrutture, viabilità, manutenzione e servizi. Il tutto andrebbe a gravare sui Comuni con maggiori costi per le imprese agricole ed una minore attrattivi per chi vive e lavora in montagna”.

“Per non parlare poi delle possibili ripercussioni sul costo del lavoro – analizza Venturi -. Le riduzioni contributive riconosciute ai datori di lavoro agricoli nei territori montani o svantaggiati rappresentano infatti qualcosa di davvero rilevante per garantire occupazione e competitività. Possono, infatti, arrivare fino al 75% nei territori più in difficoltà. Se queste agevolazioni e sgravi fiscali vengono persi a causa della declassificazione del Comune in questione, ci sarebbe un aumento significativo dei costi di contribuzione a carico delle aziende agricole, con effetti diretti su investimenti, occupazione e presidio del territorio”. 

“La legge contiene inoltre una delega al Governo per riordinare e rendere coerente con la nuova classificazione l’insieme delle agevolazioni “comunque denominate” in favore dei Comuni montani. Resta quindi da capire come la PAC e l’IMU, ad oggi immuni da questa classificazione, saranno catalogate delle Istituzioni”.

“Come Confagricoltura Bologna chiediamo clausole di salvaguardia e periodi di transizione per i Comuni e le imprese che rischiano di essere esclusi. Questi criteri non devono tenere conto solo dell’aspetto dell’altitudine e della pendenza ma anche della realtà dei fatti e della vita di tutti giorni, ovvero delle fragilità socio-economiche e dell’accessibilità ai servizi dei cittadini. La montagna – conclude Venturi – ha bisogno di politiche coerenti e lungimiranti. Se aumentiamo i costi e riduciamo gli strumenti, non avremo sviluppo ma abbandono. L’abbandono, in montagna, lo paghiamo tutti: in termini di dissesto, perdita di produzioni e soprattutto nel presidio del territorio. Il nostro obiettivo è uno solo: far funzionare la legge senza creare nuove disuguaglianze”.