Il 27 marzo 1964, esattamente 62 anni fa, l’Alaska fu colpita da uno dei terremoti più violenti mai registrati nella storia moderna. Alle 17:36 ora locale, una scossa di magnitudo 9.2 sconvolse l’area centro-meridionale dello Stato, dando origine a quello che sarebbe passato alla storia come il “Grande Terremoto dell’Alaska“. Il sisma durò circa 4 minuti e mezzo, un’eternità se confrontata con la durata media dei terremoti. L’epicentro fu localizzato nella regione del Prince William Sound, ma gli effetti si estesero su un’area vastissima. La città di Anchorage, la più popolosa dello Stato, subì danni ingenti: interi quartieri sprofondarono a causa del cedimento del terreno, strade e infrastrutture vennero distrutte e numerosi edifici crollarono o furono gravemente compromessi.
Nonostante la straordinaria potenza del terremoto, il bilancio delle vittime fu relativamente contenuto: 125 morti. Un dato che gli esperti attribuiscono alla bassa densità abitativa dell’Alaska e all’orario della scossa, che colse molte persone ancora sveglie e in grado di reagire. Tuttavia, gran parte delle vittime fu causata non direttamente dal terremoto, ma dagli tsunami che si generarono poco dopo. Onde gigantesche colpirono le coste dell’Alaska e si propagarono lungo tutto l’Oceano Pacifico, raggiungendo anche la California e causando ulteriori distruzioni. Interi centri abitati costieri furono spazzati via, mentre porti e infrastrutture marittime subirono danni devastanti.
Dal punto di vista scientifico, l’evento rappresentò una svolta nello studio della tettonica a placche. Il terremoto fu infatti causato dal movimento della placca pacifica sotto quella nordamericana, offrendo agli studiosi dati fondamentali per comprendere meglio i meccanismi che regolano i grandi sismi.
