Gli incendi che colpiscono le foreste boreali di Alaska, Canada, Scandinavia e Russia potrebbero avere un impatto climatico molto più grave di quanto stimato finora. È quanto emerge da una ricerca pubblicata su Science Advances e condotta dall’Università della California a Berkeley, che punta il dito contro un “nemico invisibile“: il carbonio immagazzinato nei suoli ricchi di torba. Nelle regioni settentrionali, il clima freddo e umido rallenta la decomposizione della vegetazione, favorendo l’accumulo di materia organica per centinaia o migliaia di anni. Quando scoppiano incendi, le fiamme non si limitano alla superficie: possono penetrare in profondità, bruciando questi strati sotterranei e liberando enormi quantità di carbonio antico. Un fenomeno difficile da rilevare con i satelliti, che si basano soprattutto sull’intensità visibile delle fiamme.
“Molti degli incendi più importanti per il clima non sembrano drammatici dallo Spazio“, spiega Johan Eckdahl, primo autore dello studio. “Le torbiere possono bruciare lentamente per settimane o anni“.
Il team ha analizzato 324 incendi avvenuti in Svezia nel 2018, integrando dati forestali nazionali e misurazioni sul campo in 50 siti. Misurando la profondità degli strati organici e confrontando suoli bruciati e non bruciati, i ricercatori hanno ricostruito una mappa ad alta risoluzione delle emissioni. Il confronto con 6 modelli globali ha rivelato errori significativi: sovrastime in alcune aree e gravi sottostime del carbonio sotterraneo.
Comprendere meglio questi processi, conclude Eckdahl, è cruciale per prevedere l’impatto dei futuri incendi in un pianeta che si riscalda e per sviluppare strategie più efficaci di mitigazione climatica.
