L’Ucraina attacca il porto baltico di Primorsk, il principale scalo dell’export petrolifero della Russia sul mar Baltico

L'incursione notturna con droni colpisce il più grande terminal di greggio della regione di Leningrado, minacciando le entrate di Mosca e la logistica della flotta ombra

Nella notte tra il 22 e il 23 marzo 2026, una massiccia ondata di droni ucraini ha colpito il porto di Primorsk, situato nella regione di Leningrado, scatenando un vasto incendio in uno dei nodi più critici per l’economia russa. Le autorità locali, tra cui il governatore Alexander Drozdenko, hanno confermato che l’attacco ha centrato un serbatoio di carburante, costringendo all’evacuazione immediata del personale civile e alla sospensione temporanea delle operazioni di carico. Primorsk non è un obiettivo qualunque: rappresenta il principale sbocco russo per l’esportazione di greggio nel Mar Baltico, fungendo da terminale ultimo del Baltic Pipeline System. Con una capacità operativa che sfiora i 75 milioni di tonnellate di petrolio all’anno, la struttura è vitale per il sostentamento finanziario del Cremlino, specialmente in una fase in cui i prezzi globali dell’energia sono spinti verso l’alto dal contemporaneo conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.

La portata dell’offensiva e la risposta russa

L’attacco a Primorsk si inserisce in un’operazione di più ampio respiro che ha interessato diverse regioni della Federazione Russa. Il Ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato di aver intercettato e distrutto oltre 200 droni ucraini su scala nazionale, di cui diverse decine proprio nei cieli della regione di Leningrado. Nonostante l’attivazione dei sistemi di difesa aerea e dei complessi di guerra elettronica, diversi vettori sono riusciti a penetrare il perimetro di sicurezza del porto. Le immagini satellitari della NASA (sistema FIRMS) hanno rilevato anomalie termiche significative nell’area del terminal dedicato ai prodotti petroliferi leggeri, suggerendo che i danni potrebbero essere più estesi di quanto inizialmente ammesso dalle fonti ufficiali russe. Le testate internazionali, tra cui Reuters e Bloomberg, sottolineano come l’impiego di droni a lungo raggio stia ridefinendo i confini del conflitto, portando la guerra a oltre mille chilometri dal confine ucraino.

L’impatto strategico sulla flotta ombra e sulle esportazioni

Il porto di Primorsk è noto agli analisti di intelligence energetica come il fulcro logistico della cosiddetta flotta ombra russa. Si tratta di una rete di petroliere utilizzate da Mosca per eludere le sanzioni internazionali e il tetto al prezzo del greggio imposto dal G7. Colpire questo scalo significa colpire direttamente la capacità della Russia di generare valuta estera, fondamentale per finanziare lo sforzo bellico. Esperti del settore citati dal Kyiv Independent stimano che l’interruzione dei flussi a Primorsk potrebbe costare alle casse dello Stato russo fino a 40 milioni di dollari al giorno. Oltre al petrolio greggio di qualità Urals, il terminal gestisce volumi massicci di diesel e carburante per jet a basso contenuto di zolfo, prodotti ad alto valore aggiunto la cui mancanza potrebbe influenzare non solo i mercati esteri, ma anche la logistica militare interna.

Riflessi sui mercati energetici globali e sulla sicurezza europea

L’attacco avviene in un momento di estrema fragilità per il mercato energetico globale. La guerra in Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno già ridotto l’offerta mondiale, portando le quotazioni del greggio a livelli di guardia. La destabilizzazione dei porti del Baltico aggiunge un ulteriore fattore di incertezza, rischiando di innescare una nuova spirale inflattiva che colpirebbe duramente i paesi europei importatori. Mentre l’Ucraina raramente rivendica ufficialmente ogni singola operazione su suolo russo, è chiaro che la strategia di Kiev punta ora sistematicamente alla distruzione delle infrastrutture energetiche nemiche per compensare lo squilibrio di forze sul campo di battaglia. Questo nuovo fronte della “guerra dei porti” mette in luce la vulnerabilità delle linee di approvvigionamento russe nel nord, costringendo Mosca a distogliere preziose risorse difensive dal fronte per proteggere i propri asset economici vitali.