Un pezzo di storia dell’esplorazione spaziale sta per concludere il suo viaggio con un tuffo infuocato. Tra oggi e domani un massiccio satellite della NASA da circa 600 kg precipiterà verso la Terra dopo quasi 14 anni trascorsi in orbita. Si tratta della Van Allen Probe A, una sonda che ha rivoluzionato la nostra comprensione del cosiddetto Meteo Spaziale, in particolare intorno al nostro pianeta. C’è da preoccuparsi per i detriti in caduta libera? Gli esperti invitano alla calma.
Quando e dove cadrà?
La U.S. Space Force sta monitorando costantemente la traiettoria del satellite. Il rientro nell’atmosfera terrestre è previsto per le 23:45 UTC di oggi (le 00:45 dell’11 marzo in Italia), con un margine di incertezza di più o meno 24 ore. Poiché si tratta di una stima in continua evoluzione, l’orario esatto verrà affinato nelle prossime ore.
La domanda che tutti si pongono è: dove finiranno i rottami? La NASA rassicura: la stragrande maggioranza della struttura della sonda si disintegrerà e brucerà a causa dell’estremo attrito atmosferico. Tuttavia, alcuni componenti più resistenti potrebbero sopravvivere al rientro.
- Il rischio di danni a persone è minimo: calcolato a circa 1 su 4.200 (lo 0,02%);
- Perché un rischio così basso? Il nostro pianeta è ricoperto per circa il 70% da acqua. È statisticamente quasi certo che gli eventuali frammenti superstiti finiranno la loro corsa nelle acque di un oceano aperto, lontano da zone abitate.
Una missione che ha fatto la storia
Lanciata nell’agosto del 2012 insieme alla sua “gemella” (la Van Allen Probe B), la sonda era originariamente nota come Radiation Belt Storm Probe. Il suo obiettivo? Studiare le fasce di radiazione di Van Allen, 2 ciambelle di particelle cariche che intrappolano l’energia solare attorno alla Terra.
Viaggiando su un’orbita altamente ellittica – che la portava da un minimo di 618 km a un massimo di ben 30.415 km di distanza dalla Terra – la sonda ha raccolto dati fondamentali. Prevista originariamente per una durata di 2 anni, la missione è stata un successo straordinario, protraendosi fino alla disattivazione di entrambe le sonde nel 2019.
I dati raccolti continuano a essere analizzati ancora oggi. Sono essenziali per:
- prevedere l’impatto delle tempeste solari;
- proteggere i satelliti per le telecomunicazioni;
- garantire la sicurezza degli astronauti in orbita;
- prevenire blackout nei sistemi di navigazione e nelle reti elettriche terrestri.
Il colpevole del rientro anticipato? Il Sole
C’è un dettaglio affascinante in questo rientro: le sonde Van Allen non dovevano rientrare prima del 2034. Perché Probe A sta cadendo sulla Terra con 8 anni di anticipo?
La risposta si trova nella nostra stella. Negli ultimi anni, il Sole si è dimostrato inaspettatamente attivo. Questa intensa attività solare ha riscaldato l’atmosfera terrestre, facendola espandere verso l’esterno. L’espansione ha generato un maggiore “attrito” (drag aerodinamico) sui satelliti in orbita, frenando la Van Allen Probe A e trascinandola inesorabilmente verso il basso.
Anche la sonda gemella, la Probe B, sta subendo gli stessi effetti, sebbene in misura minore: il suo rientro è ora previsto non prima del 2030.
