Il governo giapponese ha annunciato il secondo prelievo dalle riserve strategiche di petrolio nel giro di poche settimane, una mossa dettata dall’aggravarsi delle tensioni militari nell’area dell’Iran che minacciano la sicurezza degli approvvigionamenti globali. Al centro dei timori dell’esecutivo nipponico vi è il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, un passaggio fondamentale attraverso cui transita la quasi totalità del greggio destinato alle raffinerie dell’arcipelago asiatico. Nonostante le scorte attuali garantiscano un’autonomia di circa 8 mesi, il premier Sanae Takaichi ha avvertito il Parlamento che non si escludono interventi drastici, come il razionamento dell’energia elettrica e dei carburanti, qualora la crisi dovesse protrarsi oltre il mese prossimo senza una ripresa dei flussi marittimi regolari. La strategia nazionale punta a monitorare con estrema attenzione l’equilibrio tra la domanda interna e l’offerta internazionale, cercando di mitigare le forti pressioni inflazionistiche che gravano sull’economia del Paese nel medio e lungo periodo. Il monitoraggio dei prezzi resta una priorità assoluta per mantenere la stabilità sociale in un momento di estrema incertezza geopolitica mondiale.
La dipendenza strutturale dallo Stretto di Hormuz
La vulnerabilità del Giappone emerge con forza dai dati sulla distribuzione delle forniture. Circa il 94% del greggio importato proviene dal Medio Oriente e il 93% di questo volume deve necessariamente transitare per lo Stretto di Hormuz. Questa concentrazione geografica rende Tokyo estremamente sensibile a qualsiasi instabilità nell’area. Secondo Go Matsuo, direttore dell’Energy Economics and Society Research Institute, la diversificazione rapida delle fonti è ostacolata da ragioni tecniche: le raffinerie nazionali sono calibrate per trattare specificamente il greggio mediorientale. Sostituirlo con alternative, come il petrolio statunitense, comporterebbe costi superiori e complessità operative non indifferenti, rendendo la dipendenza da Hormuz un vincolo strutturale difficile da sciogliere nel breve termine.
Dalle raffinerie agli scaffali: il rischio rincari
Le ripercussioni di una crisi prolungata potrebbero manifestarsi già nei prossimi 4 mesi, andando ben oltre il settore dei trasporti o del riscaldamento. La preoccupazione principale degli esperti riguarda la nafta, un derivato del petrolio essenziale per l’industria chimica. La carenza di questa materia prima colpirebbe direttamente la produzione di etilene, propilene e butadiene, componenti base per la plastica e la gomma. L’eventuale razionamento, sebbene non ancora invocato ufficialmente per i cittadini privati, resta un’opzione concreta sul tavolo del governo Takaichi per preservare le filiere industriali essenziali e garantire la tenuta del sistema Paese di fronte a uno dei test energetici più difficili degli ultimi decenni.
