La frana di Petacciato, una delle più vaste e complesse dell’intero panorama europeo, è tornata a manifestare la propria forza distruttiva colpendo duramente la provincia di Campobasso e interrompendo i flussi vitali lungo la dorsale adriatica. Questo imponente movimento ha causato la paralisi simultanea del traffico su gomma e di quello ferroviario, spezzando di fatto i collegamenti tra il nord e il sud della penisola in un punto nevralgico per l’economia nazionale. Il territorio molisano si conferma ancora una volta come uno dei più fragili d’Italia, richiamando alla mente i gravi disagi vissuti in passato in altre aree della regione, come avvenne con lo storico blocco stradale in contrada Covatta a Ripalimosani. La gravità della situazione attuale è supportata dai dati dell’ISPRA aggiornati a giugno 2025, che evidenziano una densità di frane preoccupante e un indice di pericolosità tra i più alti del Paese. Con quasi 24mila eventi censiti su una superficie ridotta, la regione si trova a fronteggiare una sfida strutturale che mette a rischio la mobilità locale e, di riflesso, l’intero sistema dei trasporti verso la Puglia.
I numeri di un territorio in ginocchio
I dati diffusi dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) delineano un quadro di dissesto idrogeologico senza precedenti. A giugno 2025 si contavano in Molise 23.950 frane, con una densità di 537 eventi per ogni 100 chilometri quadrati. L’indice di franosità ha raggiunto il 14%, interessando 623 chilometri quadrati su un totale regionale di 4.461. La mappatura del rischio è ancora più allarmante: le aree a pericolosità “molto elevata” coprono 225,5 chilometri quadrati, mentre quelle a pericolosità “elevata” ne occupano 488,4. In totale, le zone a massimo rischio occupano il 16% del territorio regionale, una percentuale che giustifica lo stato di allerta permanente per le grandi arterie di comunicazione che attraversano il versante adriatico.
Burocrazia e infrastrutture ferite
Sulla gestione dell’emergenza è intervenuto in modo netto Antonello Fiore, geologo e presidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale (Sigea). Fiore punta il dito contro i tempi biblici della macchina amministrativa che hanno lasciato il territorio scoperto nonostante la disponibilità di risorse. ”Già nel 2021 la Regione Molise annunciava l’imminente gara di progettazione per il consolidamento idrogeologico del versante Nord-Est a valle dell’abitato, con un impegno economico complessivo di oltre 40 milioni di euro, uno dei più ingenti investimenti mai stanziati in Italia per la mitigazione dei rischi di dissesto. Tuttavia, come evidenziano anche le statistiche della Corte dei Conti, mediamente servono cinque anni dalla progettazione alla completa realizzazione delle opere necessarie. Nel caso di Petacciato, il bando per l’affidamento congiunto di progettazione esecutiva e realizzazione dell’intervento è stato pubblicato solo a dicembre 2025, a fronte di eventi che richiederebbero interventi ben più tempestivi”. La riattivazione del movimento franoso ha causato un effetto domino sulla logistica nazionale. ”Dopo giorni di piogge intense, si sono riattivate le frane lungo il ”Corridoio Adriatico”, isolando di fatto la Puglia e imponendo un grave blocco ai collegamenti fondamentali tra nord e sud-est del Paese“, aggiunge il geologo.
L’isolamento della Puglia e l’impatto climatico
Il quadro descritto da Fiore evidenzia la gravità della situazione per l’intero Mezzogiorno: ”Il crollo del ponte sulla Strada Statale 16, al confine tra Molise e Abruzzo sul Fiume Trigno, ha già segnato una prima ferita infrastrutturale. A questa si è aggiunta la riattivazione della frana a Petacciato, che ha imposto, per principio di precauzione, l’interruzione della ferrovia e dell’autostrada A14 nel tratto tra Vasto Sud e Termoli. Questo isolamento risulta particolarmente grave per la Puglia perché, a differenza di quanto avvenuto nel 2010 con la frana di Montaguto – continua Fiore – non esistono valide alternative viarie e la durata della sospensione dei servizi, sia per persone che per merci, è ancora incerta”.
Le cause di questa accelerazione del dissesto vanno ricercate anche nelle nuove dinamiche ambientali. ”Il cambiamento climatico accelera la frequenza e l’intensità di fenomeni meteorologici estremi, primo fra tutti le piogge che provocano frane e alluvioni“, rileva Fiore. “Il sistema amministrativo e le procedure di pianificazione risultano dunque spesso incapaci di sostenere la rapidità con cui si manifestano i disastri, lasciando le regioni vulnerabili come la Puglia esposte a lunghi periodi di isolamento e crisi economica”.
Secondo il presidente di Sigea, è necessario un intervento radicale sul metodo di gestione del rischio nazionale. ”Questo scenario impone un urgente cambio culturale nella gestione del territorio, con una programmazione e una prevenzione più efficaci e rapide, capaci di rispondere alle nuove sfide di un Paese geologicamente fragile e ormai sempre più soggetto a eventi estremi quali frane, mareggiate e alluvioni. Solo così sarà possibile proteggere infrastrutture fondamentali e garantire la continuità dei collegamenti indispensabili per il benessere e lo sviluppo economico regionale e nazionale”.

