L’invecchiamento della popolazione rappresenta una delle trasformazioni più profonde e decisive del nostro tempo, ma la vera sfida non è più legata soltanto all’aumento degli anni di vita. Il punto centrale, oggi, è riuscire a vivere più a lungo mantenendo buona salute, autonomia e una piena partecipazione sociale. È questo il messaggio più rilevante emerso dal convegno “La longevità come risorsa: dalla prevenzione della fragilità ai modelli assistenziali”, tenutosi durante l’ultima giornata di Exposanità2026 e promosso dalle principali società scientifiche italiane di geriatria insieme ai professionisti della salute psicologica e occupazionale.
Più anni ma non più salute: il nodo critico della longevità
I dati presentati durante il convegno delineano uno scenario chiaro e al tempo stesso preoccupante: l’aumento dell’aspettativa di vita non coincide automaticamente con un miglioramento delle condizioni di salute. Al contrario, si sta osservando un fenomeno opposto, con le nuove generazioni che tendono a sviluppare prima condizioni di fragilità, malattia e disagio psicologico.
Come ha sottolineato il professor Dario Leosco: “vivere più a lungo non significa vivere necessariamente in una condizione sana”. In Italia, a 65 anni, l’aspettativa di vita è di circa 20 anni, “ma 10 di questi anni sono vissuti in condizioni di salute non adeguate”. Un dato che evidenzia come metà della longevità sia spesso accompagnata da limitazioni e patologie. Ancora più significativo è il cambiamento nelle generazioni più giovani. “Quello che sta succedendo è che le nuove generazioni stanno peggio”, ha dichiarato Leosco, evidenziando come“un soggetto su tre, intorno ai 45 anni, è comorbo, ovvero presenta già più patologie”. La multimorbilità, un tempo tipica della terza età, si sta spostando sempre più precocemente, modificando profondamente il quadro epidemiologico: “invece di spostare la malattia più avanti, la stiamo anticipando”.
Prevenzione lungo tutto l’arco della vita: il nuovo paradigma
La risposta a questo scenario passa attraverso un cambiamento radicale nell’approccio alla prevenzione. Non più un intervento tardivo limitato alla terza età, ma un processo continuo che inizia fin dalla nascita e accompagna l’intero percorso di vita. Le condizioni di salute nell’anziano, infatti, sono il risultato di un insieme complesso di fattori biologici, psicologici, sociali ed economici. Un concetto ribadito con forza dal professor Andrea Fabbo: “la longevità è un tema caldo, inscindibile dalla sostenibilità così come dalla gestione delle sue peculiarità. Invecchiare è una conquista, ma va gestita bene, superando visioni catastrofiche e concentrandosi sulla sostenibilità attraverso la prevenzione. In questo senso, la longevità non può più essere vista come un problema, ma come un fenomeno da governare con strumenti nuovi, capaci di intercettare precocemente la fragilità e ridurre il rischio di disabilità”.
Fabbo ha inoltre evidenziato un aspetto cruciale: “ovviamente c’è una base genetica, ma il 36% della longevità dipende da comportamenti individuali”. Da qui la necessità di “arrivare prima: intercettando e agendo sui fattori di rischio modificabili lungo tutto l’arco della vita”.
Il peso dei determinanti sociali e del disagio psicologico
Un elemento chiave emerso dal confronto riguarda l’impatto dei determinanti sociali sulla salute. Le condizioni socio-economiche, già dalla nascita, possono influenzare profondamente il rischio di sviluppare patologie nel corso della vita. Come ricordato da Leosco: “una condizione socio-economica sfavorevole alla nascita può aumentare del 40% il rischio di multimorbilità a 40 anni”.
A questo si aggiunge un incremento significativo del disagio psicologico tra i giovani, aggravato anche dagli effetti della pandemia. “Stiamo osservando un incremento importante dello stress, dell’ansia e della depressione nei giovani”, ha sottolineato Leosco, indicando una tendenza che rischia di compromettere la salute futura e la capacità lavorativa delle nuove generazioni.
Salute mentale e relazioni: fattori decisivi per l’invecchiamento
Un altro punto fermo emerso dal convegno è il legame indissolubile tra salute fisica e salute mentale. “Non esiste salute fisica senza salute mentale”, ha evidenziato il professor Rabih Chattat, sottolineando come la dimensione psicologica e sociale incida direttamente anche sui processi biologici dell’invecchiamento.
“La dimensione psicologica e quella sociale possono fare la differenza”, ha spiegato Chattat, mettendo in luce il ruolo determinante di fattori come stress, solitudine e disagio emotivo. Non meno importante è la qualità delle relazioni: “non basta parlare di relazioni sociali, bisogna considerare la qualità delle relazioni”, ha ricordato, evidenziando come connessioni significative possano ridurre il rischio di malattia e migliorare il benessere complessivo.
Verso modelli integrati per una longevità sostenibile
La longevità non può più essere affrontata con un approccio esclusivamente sanitario. Il futuro richiede modelli integrati, multidisciplinari e territoriali, capaci di mettere in rete sanità, servizi sociali e comunità. L’obiettivo è ambizioso: trasformare la longevità da possibile criticità a vera risorsa, riducendo fragilità e disabilità e garantendo non solo più anni di vita, ma più anni di vita in salute.
Il convegno, moderato da Maria Lia Lunardelli e Salvatore Tardi, ha visto la partecipazione di numerosi esperti, tra cui Alba Malara, Gabriella Casu, Gianluca Darvo, Chiara Galli e Filippo Bergamo, confermando la necessità di un impegno condiviso tra istituzioni, professionisti e cittadini. Il messaggio che emerge è chiaro: la longevità non è un evento casuale, ma un percorso che si costruisce ogni giorno, lungo tutto l’arco della vita. E la sfida più grande, oggi, è fare in modo che questo percorso sia sinonimo di salute, dignità e qualità della vita.
