Missione agrodolce per Blue Origin: l’impresa storica rovinata da un fatale errore in orbita

Il terzo volo del lanciatore pesante di Jeff Bezos segna un importante traguardo nel recupero del primo stadio, ma un'anomalia orbitale condanna al rientro distruttivo il carico utile di AST SpaceMobile

La corsa allo Spazio commerciale ha vissuto ieri, domenica 19 aprile, una giornata ricca di fortissimi contrasti per Blue Origin di Jeff Bezos. Il colossale razzo New Glenn si è staccato dalla rampa di lancio del Complex 36 di Cape Canaveral per la sua 3ª missione, denominata NG-3, segnando un traguardo tecnologico di primissimo piano: per la prima volta l’azienda ha riutilizzato con successo un booster primo stadio. Il vettore, battezzato ironicamente “Never Tell Me The Odds“, ha completato il suo spettacolare rientro atterrando con precisione millimetrica sulla nave drone “Jacklyn” nell’Oceano Atlantico. Questo successo ingegneristico è stato però oscurato da un grave imprevisto tecnico avvenuto nelle fasi successive del volo. Il gigantesco carico utile della missione, il satellite per telecomunicazioni BlueBird 7, è stato infatti rilasciato in un’orbita errata e inesorabilmente troppo bassa, una condanna che porterà alla sua imminente distruzione nell’atmosfera terrestre.

Il traguardo del riutilizzo e il rientro perfetto

Il decollo della missione NG-3 è avvenuto alle 07:25 ora locale, dopo una breve interruzione del conto alla rovescia a meno di 4 minuti dal lancio per ragioni non divulgate. Dal punto di vista del vettore principale, le operazioni si sono svolte in modo impeccabile. Circa 3 minuti e mezzo dopo la partenza, il primo stadio ha spento i motori e si è separato regolarmente, iniziando la sua discesa verso l’oceano. Questo specifico booster, identificato tecnicamente come GS-1, aveva già volato durante la missione NG-2 (che ha lanciato le sonde ESCAPADE della NASA), pur essendo stato equipaggiato con motori nuovi per questa occasione. Sei minuti dopo la separazione, il gigantesco cilindro metallico si è posato morbidamente sulla piattaforma navale, scatenando l’entusiasmo dei tecnici di Blue Origin.

Jordan Charles, vicepresidente del programma New Glenn, ha sottolineato l’importanza dei dati raccolti: i tecnici avevano infatti aggiornato il sistema di protezione termica alla base del razzo per gestire al meglio le temperature estreme del rientro atmosferico, apportando inoltre dei miglioramenti al sistema di guida. La visione a lungo termine dell’azienda prevede che questi stadi possano volare almeno 25 volte ciascuno, una capacità fondamentale per abbattere i costi di accesso all’orbita.

lancio razzo new glenn blue origin

L’anomalia e il destino di BlueBird 7

L’entusiasmo iniziale si è trasformato in cautela circa 2 ore dopo il lancio, quando è emerso che l’obiettivo primario della missione non era stato raggiunto. Blue Origin ha confermato la separazione del carico utile, ma ha dovuto ammettere che l’inserimento orbitale è stato “anomalo“. Poco dopo, l’azienda texana AST SpaceMobile ha rilasciato un comunicato definitivo e amaro: il loro satellite si è regolarmente acceso dopo il distacco, ma l’altitudine raggiunta è risultata troppo bassa per permettere ai propulsori di bordo di correggere la traiettoria o mantenere l’operatività. Il destino del veicolo è segnato, e verrà deorbitato a breve.

BlueBird 7 rappresentava un vero e proprio leviatano tecnologico. Progettato come secondo satellite della generazione “Block 2” per la fornitura di internet a banda larga direttamente agli smartphone, vantava un’antenna di dimensioni colossali, pari a 223 metri quadrati. La perdita economica, fortunatamente per l’azienda, sarà coperta dalle polizze assicurative, ma il contraccolpo sui tempi di dispiegamento della rete è innegabile.

L’ombra sui programmi lunari e la sfida con SpaceX

Questo fallimento parziale arriva in un momento critico per Blue Origin e per l’intero settore aerospaziale americano. Con i suoi 98 metri di altezza, New Glenn è un colosso paragonabile allo Space Launch System (SLS) della NASA e svetta sul Falcon 9 di SpaceX. I suoi 7 motori BE-4 di primo stadio bruciano methalox (una miscela di ossigeno e metano liquidi), la stessa tecnologia propulsiva impiegata dai motori Raptor dell’imponente Starship di Elon Musk. Blue Origin sta cercando di posizionarsi come unica e valida alternativa allo strapotere di SpaceX, l’unica azienda che fino ad oggi aveva dimostrato la capacità di riutilizzare costantemente i razzi orbitali. Tuttavia, l’anomalia occorsa al secondo stadio durante la missione NG-3 potrebbe avere ripercussioni ben oltre il mercato dei satelliti commerciali.

L’azienda è infatti fortemente coinvolta nel programma Artemis della NASA. New Glenn ha il compito cruciale di lanciare il lander Blue Moon, selezionato dall’agenzia spaziale per riportare gli astronauti sulla superficie lunare. Una versione senza equipaggio del lander, il prototipo MK1 “Endurance”, ha recentemente completato i test ambientali presso il Johnson Space Center e dovrebbe essere lanciato verso la Luna entro la fine di quest’estate. Con l’architettura delle missioni Artemis recentemente rivista – che prevede manovre di rendezvous in orbita terrestre intorno alla metà del 2027- la NASA osserverà con molta attenzione le indagini su questo volo. Ogni ritardo nella qualificazione di New Glenn potrebbe complicare ulteriormente la già serrata tabella di marcia per il ritorno dell’umanità sul nostro satellite naturale.