La Repubblica Democratica del Congo (Rdc) sta affrontando un nuovo focolaio di Ebola causato dal virus Bundibugyo, una delle varianti più difficili da contenere per la mancanza di vaccini o cure approvate. La conferma dell’epidemia è stata annunciata il 15 maggio, dopo l’identificazione di otto casi nella provincia di Ituri, dove sono già attivi i primi interventi di contenimento. Anne Ancia, rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nella Rdc, è sul campo dal 12 maggio con i colleghi, collaborando a stretto contatto con le autorità provinciali per tracciare la catena dei contagi. “La situazione è profondamente preoccupante. Questa specie di Ebola è una di quelle per cui non esiste un vaccino o una cura autorizzati, sebbene le cure di supporto siano salvavita”, ha spiegato l’esperto.
Contesto epidemiologico e umanitario complesso
Il focolaio di Ebola in Ituri si sviluppa in un contesto già estremamente difficile, caratterizzato da insicurezza, sfollamento della popolazione e una combinazione di aree densamente popolate e zone remote. La diffusione del virus è quindi difficile da monitorare, con “una notevole incertezza sul numero di contagi e su quanto si è diffuso il virus”.
Il virus ha già oltrepassato i confini nazionali, con due casi confermati in Uganda, di cui uno fatale. Finora, secondo i dati forniti da Ancia, ci sono “più di 500 casi sospetti, tra cui 130 decessi sospetti segnalati dalle autorità sanitarie”, mentre solo 30 casi sono stati ufficialmente confermati nella Rdc. L’epidemia interessa dieci zone sanitarie nella provincia di Ituri e si è estesa al Nord Kivu, con casi confermati a Butembo e Goma.
Origine dell’epidemia: la ricostruzione dei primi casi
L’individuazione del paziente zero resta ancora incerta. “Non credo che al momento abbiamo il paziente zero”, ha dichiarato Ancia. Le prime indagini indicano che il 5 maggio una persona è morta a Bunia, il cui corpo è stato riportato a Mongbwalu e posto in una bara, successivamente sostituita dalla famiglia. “Poi c’è stato il funerale ed è da lì che è iniziato tutto”, ha ricostruito l’esperta.
Le difficoltà nel rilevare i primi casi sono state aggravate dai test locali a Bunia, che hanno inizialmente dato esito negativo per il ceppo Zaire di Ebola. I sintomi ampi e variabili del virus Bundibugyo – febbre, affaticamento, diarrea e vomito – hanno complicato la diagnosi rapida, con i sanguinamenti che compaiono solo dopo il quinto giorno dall’infezione. Solo grazie ai test effettuati a Kinshasa è stata confermata la presenza del virus Bundibugyo.
Nessun vaccino disponibile: le strategie internazionali
Attualmente non esistono vaccini o terapie approvate per il virus Bundibugyo. L’Oms sta valutando potenziali vaccini e trattamenti che possano essere utilizzati nell’epidemia. “Il Gruppo consultivo tecnico dell’Oms si è riunito oggi per fornire ulteriori raccomandazioni su quali potenziali vaccini dovrebbero essere prioritari. Ervebo, un vaccino contro il virus Ebola Zaire, è uno dei potenziali vaccini che si spera di poter portare per offrire ulteriore prevenzione e protezione alle comunità locali. Ma da quello che so, stando a quanto riportato dall’Oms, ci vorranno circa 2 mesi prima che sia disponibile”.
Ancia ha sottolineato la difficoltà di fermare l’epidemia entro questo periodo: “non credo che in 2 mesi avremo finito con questa epidemia”. Il ricordo delle epidemie passate, come quella del virus Ebola Zaire che ha colpito Nord Kivu e Ituri nel 2018-19, resta vivo nella popolazione.
L’importanza della collaborazione con le comunità locali
Secondo l’esperto, la chiave per contenere la trasmissione resta il lavoro sul territorio, con la sensibilizzazione della popolazione, il contrasto alla disinformazione e il rispetto delle misure sanitarie, soprattutto in occasione dei funerali. “Se usiamo misure coercitive e la popolazione non è d’accordo – ha avvertito Ancia – vedremo dei cadaveri scomparire, vedremo casi sospetti che si rifiuteranno di andare in ospedale e nelle strutture sanitarie. Quindi vi posso assicurare che stiamo lavorando sodo, fin da domenica, da quando sono arrivate le squadre, abbiamo iniziato a collaborare con le chiese, con le scuole, con i leader della comunità, per ottenere questa mobilitazione”.
L’Oms sta supportando le autorità locali nel rafforzare la sorveglianza, il tracciamento dei contatti, i test e l’assistenza clinica, inviando esperti sul campo e 12 tonnellate di rifornimenti, inclusi dispositivi di protezione individuale (Dpi) per gli operatori sanitari. Collaborazioni con organizzazioni come Alima e Msf permettono di allestire centri di trattamento e estendere l’assistenza nelle aree colpite.
“Quello che vedo qui è una collaborazione tra persone, pur affrontando una grande incertezza circa la portata e l’estensione di questa epidemia”, ha concluso Ancia, ricordando che solo il coinvolgimento attivo delle comunità potrà garantire il controllo del focolaio.
