Frana di Niscemi, la proposta degli ingegneri: un tavolo tecnico regionale per incrociare zone a rischio e beni tutelati

Dal convegno promosso dagli Ordini degli ingegneri emerge una linea chiara per il dopo emergenza: mappare il patrimonio culturale esposto al rischio, sostenere gli sfollati e ricostruire Niscemi senza nuove espansioni, puntando sulla rigenerazione della città esistente

Centocinque giorni dopo la frana di Niscemi, la città non è più soltanto il luogo dell’emergenza. È diventata il simbolo di una domanda più ampia che riguarda molti territori fragili della Sicilia: come si passa dalla gestione del danno alla prevenzione? Come si protegge una comunità quando il rischio non riguarda solo case, strade ed edifici, ma anche memorie urbane, beni culturali, attività economiche, relazioni sociali e identità collettiva? È attorno a queste domande che si è sviluppato il convegno “La frana di Niscemi. Dalla fase emergenziale alla ricostruzione”, promosso dalla Consulta degli Ordini degli Ingegneri di Sicilia, dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Caltanissetta e dalla sua Fondazione, all’Auditorium del Museo Civico di Niscemi. Un confronto ampio, che ha riunito amministratori, ingegneri, geologi, urbanisti, Vigili del Fuoco, Soprintendenza e rappresentanti delle istituzioni per fare il punto su una vicenda che entra ora nella fase più complessa: quella delle scelte.

La notizia più rilevante emersa dal convegno è la proposta di avviare un tavolo tecnico regionale per incrociare le zone a rischio idrogeologico con i beni tutelati e il patrimonio storico esposto a pericoli franosi o ambientali. Un passaggio che, secondo il presidente Fabio Corvo, deve trasformare il caso Niscemi in un modello di prevenzione per tutta la Sicilia.

La proposta di Corvo: mappare beni tutelati e aree fragili

Dentro la linea rossa tracciata dopo la frana non ci sono soltanto edifici da valutare, consolidare o demolire. Ci sono vite sospese, attività interrotte, memorie urbane e parti significative del centro storico di Niscemi. È da questa consapevolezza che Fabio Corvo, presidente della Consulta regionale degli Ingegneri e dell’Ordine di Caltanissetta, ha aperto i lavori, collocando il caso Niscemi dentro una riflessione più ampia sulla vulnerabilità del territorio siciliano.

“La frana di Niscemi – ha detto Corvo – non può essere letta soltanto come un’emergenza locale, per quanto drammatica e urgente. È un evento che ci obbliga ad alzare lo sguardo e a porci una domanda più ampia: conosciamo davvero il livello di vulnerabilità del nostro territorio? Sappiamo dove si trovano, in Sicilia, i beni tutelati, i centri storici, gli immobili vincolati, le testimonianze architettoniche che insistono su aree esposte a rischio idrogeologico, franoso o ambientale?”. 

Per Corvo, la risposta non può essere episodica né limitata alla fase emergenziale. Serve un salto di qualità nella conoscenza del territorio e nella capacità delle istituzioni di lavorare insieme prima che il danno si produca. Da qui la proposta di un tavolo tecnico a livello regionale dedicato al rapporto tra patrimonio tutelato e zone a rischio.

“Serve una mappatura puntuale – ha aggiunto – un censimento dei beni tutelati e delle aree fragili, ma soprattutto serve un matching tra questi due livelli. Perché un bene culturale in un’area a rischio non è solo un bene da conservare: è un presidio identitario che può essere perduto se non viene inserito dentro una strategia di prevenzione”. 

Corvo ha richiamato anche il ruolo della comunità tecnica locale, ricordando che a Niscemi operano circa 90 ingegneri. Una presenza significativa per un territorio che, nella fase della ricostruzione post frana, ha bisogno di competenze, responsabilità e visione di lungo periodo.

Il sindaco Conti: sicurezza, ristori e ricostruzione entro due anni

La dimensione umana della frana di Niscemi è stata al centro dell’intervento del sindaco Massimiliano Conti, che ha ripercorso i mesi segnati da evacuazioni, ordinanze, monitoraggi e confronto costante con cittadini e istituzioni. Il primo cittadino ha posto l’accento sulle conseguenze sociali dell’evento franoso, a partire dalle famiglie costrette a lasciare la propria abitazione.

“La frana – ha evidenziato – ha segnato profondamente tutti noi. Ha cambiato la vita di tanti concittadini, ha costretto famiglie a lasciare la propria casa, ha aperto una ferita nel tessuto urbano e sociale di Niscemi. In questi mesi abbiamo lavorato dentro una condizione complessa, cercando di tenere insieme la sicurezza pubblica, la gestione dell’emergenza, il dialogo con le istituzioni e l’ascolto dei cittadini. Ma oggi non basta più parlare soltanto di emergenza: dobbiamo parlare di futuro”. 

Secondo Conti, la vicenda si muove oggi su due grandi filoni. Il primo riguarda il sostegno alle persone danneggiate, con il tema dei ristori, degli incentivi e delle misure di sostegno per chi non può più rientrare nella propria casa. Il secondo riguarda la ricostruzione di Niscemi, cioè la necessità di capire cosa potrà essere recuperato, cosa dovrà essere demolito, quali aree potranno tornare sicure e quale modello urbano dovrà guidare il futuro della città.

“Ci sono cittadini – ha proseguito – che non possono più rientrare nelle proprie abitazioni. Per loro il tema dei ristori, degli incentivi e delle misure di sostegno è prioritario. Il secondo filone riguarda la ricostruzione: capire cosa potrà essere recuperato, cosa dovrà essere demolito, quali aree potranno tornare sicure e quale modello urbano vogliamo costruire per Niscemi”. 

Il sindaco ha indicato anche un orizzonte temporale auspicabile per arrivare a una soluzione complessiva, mettendo insieme sicurezza, sostegno economico, pianificazione e tutela del centro storico.

“L’obiettivo – ha detto – è arrivare entro due anni a una soluzione chiara, seria e sostenibile per la comunità. Non parlo solo di opere, ma di un percorso complessivo: sicurezza, ristori, ricollocazione, pianificazione, tutela del centro storico e ricostruzione. Niscemi ha bisogno di risposte, ma ha bisogno anche di fiducia. E la fiducia si costruisce con trasparenza, confronto e capacità di mettere intorno allo stesso tavolo tutte le competenze necessarie”. 

Beni culturali nella linea rossa: il caso di Palazzo Iacona e Palazzo Branciforti

Uno dei passaggi più delicati del convegno ha riguardato il destino del patrimonio culturale di Niscemi. La soprintendente Daniela Vullo ha posto l’attenzione sui beni tutelati che ricadono all’interno della linea rossa, in particolare Palazzo Iacona e Palazzo Branciforti, due edifici settecenteschi che rappresentano una parte rilevante della memoria storica della città.

“La situazione di Niscemi – ha detto – desta grande preoccupazione non solo per la sicurezza delle persone e degli edifici, ma anche per il patrimonio culturale coinvolto. All’interno della linea rossa ricadono due beni tutelati di grande valore storico e identitario: beni vincolati, quindi patrimonio non soltanto dei proprietari, ma della collettività. La domanda che oggi dobbiamo porci con grande responsabilità è: che fine faranno questi edifici? Come possiamo garantire la sicurezza senza disperdere memoria, identità e valore culturale?”. 

Il tema, ha spiegato Vullo, non riguarda soltanto i beni formalmente vincolati. Attorno a Palazzo Iacona e Palazzo Branciforti esiste un patrimonio diffuso, fatto di immobili di pregio, chiese ed edifici che contribuiscono a definire il volto storico di Niscemi. La frana rischia quindi di produrre una perdita non solo materiale, ma anche culturale.

“Accanto ai beni formalmente tutelati – ha spiegato – esiste un patrimonio diffuso che merita attenzione: immobili di pregio, chiese, edifici che contribuiscono a definire il volto e la storia di Niscemi. Il centro storico è un organismo urbano fatto di relazioni, stratificazioni e luoghi della vita collettiva. Quando un evento franoso mette in crisi questa struttura, il rischio non è soltanto materiale. È anche culturale”.

Biblioteca storica Angelo Marsiano, la memoria scritta da mettere in sicurezza

Nel suo intervento, la soprintendente Daniela Vullo ha richiamato anche la vicenda della biblioteca storica Angelo Marsiano, con i suoi volumi e il suo patrimonio documentale, diventata uno dei simboli culturali dell’emergenza. La protezione dei libri, degli archivi e delle raccolte storiche è stata indicata come una priorità per evitare che la crisi produca una perdita irreversibile.

“I libri, gli archivi, le raccolte storiche – ha aggiunto – custodiscono la memoria scritta di una comunità. Metterli “tutti” in sicurezza significa evitare che l’emergenza produca una perdita irreversibile. Per questo l’appello è chiaro: salvare i beni tutelati, salvare i beni vincolati, salvare tutto ciò che racconta la storia di Niscemi”. 

Il richiamo alla biblioteca Marsiano amplia il perimetro della discussione. La messa in sicurezza di Niscemi non riguarda soltanto le strutture edilizie, ma anche tutto ciò che conserva e tramanda l’identità collettiva della città. In questo senso, il tema dei beni culturali entra pienamente nella ricostruzione, non come elemento accessorio, ma come parte essenziale della strategia di futuro.

Conoscere la frana per decidere cosa recuperare e cosa mettere in sicurezza

La conoscenza tecnica del fenomeno franoso e della sua evoluzione è stata indicata come presupposto indispensabile per definire scenari di rischio credibili. Orazio Barbagallo, esperto in meccanica delle rocce e geologia applicata, ha relazionato sulla necessità di comprendere l’evoluzione della frana per individuare le aree realmente recuperabili e stabilire quali interventi siano necessari per la messa in sicurezza.

Il tema della gestione e della riduzione del rischio da frana in ambito territoriale e urbano è stato affrontato anche da Francesco Castelli, direttore del Dipartimento di Ingegneria e Architettura della Kore di Enna. Castelli ha richiamato l’importanza di un approccio integrato, capace di tenere insieme analisi tecnica, pianificazione urbanistica e governo del territorio.

Il punto centrale emerso dagli interventi tecnici è che la ricostruzione non può essere separata dalla conoscenza. Prima di decidere dove intervenire, cosa consolidare, cosa recuperare e cosa eventualmente demolire, occorre disporre di dati solidi e di una lettura complessiva del rischio.

La Greca e Martinico: no a nuove espansioni, Niscemi riparta dalla città esistente

La riflessione sulla ricostruzione urbana è stata affidata agli urbanisti dell’Università di Catania, Francesco Martinico e Paolo La Greca. Al centro del loro intervento c’è stata una domanda decisiva: quale città dovrà essere Niscemi dopo la frana?

La loro visione rifiuta le risposte emergenziali e mediatiche fondate su nuove espansioni, New Town o riuso acritico dei borghi rurali. Al contrario, propone di trasformare il trauma collettivo in un’occasione di ripensamento urbano, puntando su recupero del patrimonio esistente, rigenerazione delle periferie, rete verde e consumo di suolo pari a zero.

“La ricostruzione di Niscemi – hanno evidenziato – non può essere affrontata come una semplice risposta edilizia a un danno. La questione è più profonda: quale città vogliamo costruire? Una città che consuma nuovo suolo e produce nuovi margini urbani, oppure una città che sceglie di rigenerare se stessa, recuperando il patrimonio esistente, rafforzando i servizi, ricucendo le sue parti fragili e restituendo qualità alla vita degli abitanti?”. 

Per La Greca e Martinico, la ricostruzione post frana deve partire da una conoscenza aggiornata del patrimonio edilizio disponibile. In molti contesti siciliani, infatti, il calo demografico convive con un patrimonio abitativo sovrabbondante, inutilizzato o sottoutilizzato. È lì, secondo gli urbanisti, che bisogna cercare le risorse per ricollocare gli sfollati, evitando nuove periferie e nuove marginalità.

“La strada più sostenibile – hanno aggiunto – è partire dalla città esistente. Occorre individuare gli immobili inutilizzati, recuperare, migliorare la qualità dello spazio pubblico, rafforzare le connessioni verdi, rigenerare le periferie e costruire una città più sicura, più compatta e più vivibile. Le risorse abitative necessarie per ricollocare gli sfollati possono essere cercate dentro il tessuto urbano, evitando soluzioni che rischiano di produrre isolamento, sradicamento sociale e nuova marginalità”.

Una Green City nata dalla catastrofe naturale

La prospettiva indicata dagli urbanisti è quella di una Green City nata da una catastrofe naturale. Non una città che si allarga consumando nuovo suolo, ma una città che si ricuce dall’interno, rafforza i servizi, migliora lo spazio pubblico e recupera il proprio patrimonio edilizio inutilizzato.

In questa visione, la ricostruzione diventa un progetto urbano e sociale. Non basta dare una nuova casa a chi l’ha perduta: occorre evitare che le persone vengano allontanate dal proprio contesto di vita, dai legami di vicinato, dai luoghi della memoria e dalle relazioni costruite nel tempo.

“Niscemi – hanno concluso La Greca e Martinico – non deve perdere i suoi abitanti né il loro radicamento ai luoghi. Una ricostruzione che allontana le persone dal proprio vissuto rischia di produrre una seconda frattura. Al contrario, occorre lavorare su una città che si ricuce dall’interno, che trasforma l’emergenza in un progetto di futuro e che può diventare laboratorio per altri territori fragili della Sicilia. In questa prospettiva, la pianificazione urbanistica resta lo strumento fondamentale, in mano alla Pubblica amministrazione, per governare il territorio e le città. Proprio mentre Niscemi scivola, però, a Roma si discute di disegni di legge che sembrano parlare solo di edilizia senza urbanistica”. 

Il messaggio è netto: la ricostruzione di Niscemi non deve diventare l’occasione per nuove espansioni, ma per una rigenerazione urbana capace di tenere insieme sicurezza, qualità della vita, tutela del patrimonio e sostenibilità.

Una città sospesa tra ferita e possibilità

Le conclusioni del convegno hanno restituito l’immagine di una città sospesa tra ferita e possibilità. Niscemi è davanti a un bivio: limitarsi a riparare il danno prodotto dalla frana oppure costruire una risposta più alta, capace di diventare riferimento per altri territori fragili della Sicilia.

Il convegno promosso dagli ingegneri ha indicato una direzione precisa: conoscenza del territorio, prevenzione, collaborazione tra competenze, tutela dei beni culturali, sostegno agli sfollati e rigenerazione urbana. La sicurezza di una comunità, è il messaggio emerso, non si misura soltanto nella capacità di reagire a una crisi, ma nella volontà di evitare che quella crisi si ripeta.

La frana di Niscemi, dunque, non è più soltanto una ferita aperta nel tessuto urbano e sociale della città. È diventata una prova per le istituzioni, per la comunità tecnica e per la politica regionale. La sfida è trasformare l’emergenza in un progetto di futuro, capace di proteggere le persone, salvare la memoria storica e ricostruire senza consumare altro suolo.