L’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, avvenuta nell’aprile del 1986, ha segnato in modo indelebile la storia recente come uno dei più gravi disastri antropici mai registrati. L’incendio e il conseguente collasso della struttura liberarono una quantità massiccia di contaminanti radioattivi, costringendo le autorità sovietiche a evacuare intere città come Pripyat e a istituire una zona di esclusione nel raggio di 30 km. Oggi quest’area copre circa 2.600 km quadrati ed è considerata una delle regioni più radioattive del pianeta. Eppure, in questo scenario apparentemente apocalittico, la natura ha risposto in modo sorprendente: gli animali selvatici, ignari dei cartelli di pericolo, hanno sfruttato il totale isolamento per riappropriarsi degli spazi, trasformando una terra desolata in un vero e proprio santuario ecologico involontario.
Il monitoraggio scientifico nei parchi ucraini
Per comprendere a fondo la portata di questo fenomeno, un team internazionale di scienziati guidato dall’ecologa Svitlana Kudrenko, dell’Università Albert Ludwig di Friburgo, ha condotto una ricerca approfondita tra il 2020 e il 2021. Gli studiosi hanno posizionato fototrappole in un’area complessiva di 60mila km quadrati nel nord dell’Ucraina, monitorando non solo la Riserva della Biosfera ecologica e radiologica di Chernobyl – istituita ufficialmente dal governo ucraino nel 2016 – ma anche altre quattro riserve naturali vicine (Drevlianskyi, Polissia, Rivne e Cheremskyi), due parchi naturali e diverse zone non protette.
I risultati del monitoraggio hanno registrato ben 31.200 avvistamenti totali. Il dato più rilevante emerso dallo studio riguarda la distribuzione della fauna: oltre 19mila avvistamenti si sono concentrati esclusivamente nella riserva di Chernobyl. La ragione principale di questo divario risiede nella connettività territoriale. Mentre la maggior parte dei parchi esaminati risulta isolata, le riserve di Chernobyl e Drevlianskyi sono collegate tra loro, creando un corridoio biologico continuo che offre un habitat ideale per lo sviluppo e lo spostamento delle specie più grandi.
Tredici specie in salute e l’effetto della pressione umana
I ricercatori hanno documentato la presenza regolare di 13 specie di grandi mammiferi selvatici. Tra i corridoi radioattivi si muovono liberamente cervi, caprioli, alci, cinghiali, volpi rosse, tassi e lepri europee, ma anche specie rare o minacciate come la lince eurasiatica, l’orso bruno, il lupo grigio e i cavalli di Przewalski. I modelli statistici applicati ai dati delle fototrappole hanno confermato che la diversità e la densità della fauna raggiungono i picchi massimi proprio dove l’estensione del territorio protetto è maggiore e dove i controlli contro le intrusioni umane sono più rigidi.
L’obiettivo della ricerca non era analizzare gli effetti biologici o le mutazioni causate dalle radiazioni sui singoli organismi, bensì valutare l’impatto ambientale della totale rimozione dell’uomo. I dati dimostrano che alcune specie, in particolare l’alce, si rivelano estremamente sensibili alla presenza umana, tendendo a scomparire non appena l’uomo fa la sua comparsa in un territorio. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, suggerisce che la riduzione delle attività antropiche porta benefici immediati alla fauna selvatica, superando persino i fattori di stress ambientale legati all’inquinamento nucleare. Attualmente, a causa del conflitto iniziato con l’invasione russa del 2022, l’accesso alla regione è divenuto estremamente difficile, sospendendo le ricerche sul campo ma lasciando la certezza che, per molte specie, la vita in uno dei luoghi più radioattivi della Terra sia preferibile alla convivenza con l’essere umano.
