L’8 maggio è una data che richiama alla memoria uno dei più tragici disastri naturali dell’età moderna. Era il 1902 quando il monte Pelée, vulcano situato nell’isola caraibica della Martinica, eruttò con una violenza devastante, distruggendo completamente la città di Saint-Pierre e causando la morte di circa 30mila persone. All’inizio del Novecento Saint-Pierre era considerata la “Parigi delle Antille“: una città prospera, elegante e ricca di attività commerciali. Da settimane, però, il monte Pelée mostrava segnali inquietanti. Scosse di terremoto, emissioni di cenere e boati sotterranei avevano allarmato parte della popolazione, ma le autorità minimizzarono il pericolo, invitando i cittadini a restare.
La mattina dell’8 maggio, poco dopo le 8, il vulcano esplose improvvisamente liberando una nube ardente di gas, cenere e frammenti rocciosi che si abbatté sulla città a velocità impressionante. In pochi minuti Saint-Pierre venne annientata. Gli edifici presero fuoco, le strade furono sommerse dai detriti e quasi nessuno riuscì a mettersi in salvo. Si trattò di una nube piroclastica, una miscela micidiale capace di raggiungere temperature elevatissime e di spostarsi a centinaia di km orari. Proprio l’eruzione del Pelée contribuì in seguito allo sviluppo della moderna vulcanologia e alla comprensione scientifica dei rischi legati ai vulcani esplosivi.
