La guerra in Medio Oriente sta imprimendo una forte accelerazione al mercato dei green bond nei mercati emergenti, mentre diversi Paesi cercano nuovi strumenti per finanziare progetti di energia rinnovabile e ridurre l’esposizione all’impennata del costo del petrolio. La notizia centrale, per gli investitori e per le economie più vulnerabili agli shock energetici, è il ritorno di una forte domanda di debito verde proprio in una fase di tensione geopolitica e di crescente incertezza sulle forniture. Secondo i dati raccolti da Bloomberg, l’emissione di green bond da parte dei Paesi in via di sviluppo è aumentata del 53% nei primi quattro mesi di quest’anno, raggiungendo quota 24 miliardi di dollari. Si tratta del livello più alto dal record registrato nel 2023. A favorire l’accelerazione è stato soprattutto aprile, indicato come il mese più intenso di sempre per questo segmento di mercato.
L’ondata di vendite arriva mentre alcuni Stati maggiormente colpiti dal conflitto con l’Iran stanno accelerando la transizione verso le energie rinnovabili, con l’obiettivo di limitare l’impatto sulle proprie economie e di evitare future interruzioni nell’approvvigionamento petrolifero.
Petrolio più caro e offerta limitata spingono la sicurezza energetica
Il nuovo slancio dei green bond rappresenta una spinta significativa per un mercato del debito che negli ultimi anni era stato penalizzato dai timori di greenwashing e dalla resistenza degli Stati Uniti agli investimenti ambientali, sociali e di governance, noti come ESG.
A spiegare il legame tra tensioni energetiche, sicurezza degli approvvigionamenti e finanza verde è Rotimi Odubogun, vicepresidente associato dell’Africa Finance Corporation. “Quello che stiamo osservando attualmente sul mercato – a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio e della limitata offerta – è una maggiore necessità di sicurezza energetica, diversificazione e stoccaggio. Le energie rinnovabili restano strategiche, soprattutto per i green bond”, ha affermato.
Il messaggio è chiaro: la corsa alle rinnovabili non è più soltanto una scelta climatica, ma diventa sempre più una misura di sicurezza energetica. Per molte economie emergenti, dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili, l’aumento dei prezzi di petrolio e gas può trasformarsi rapidamente in pressione sui bilanci pubblici, sull’inflazione e sulla stabilità sociale.
Dalla Polonia al Cile, l’evoluzione del mercato del debito verde
I green bond hanno iniziato a prendere piede circa un decennio fa, con Polonia e Cile tra i Paesi pionieri. In quella fase, gli Stati stavano intensificando gli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra e per finanziare progetti coerenti con gli obiettivi climatici internazionali.
Il mercato ha poi subito una battuta d’arresto dopo il boom del debito legato alla pandemia Covid. Tuttavia, la tendenza globale era già in crescita prima della guerra con l’Iran, spinta anche dall’aumento del fabbisogno energetico necessario ad alimentare i data center e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
La nuova fase di tensione geopolitica sembra quindi inserirsi in una dinamica già avviata: più domanda di energia, più attenzione alla resilienza delle forniture e maggiore interesse per strumenti finanziari in grado di sostenere la costruzione di infrastrutture verdi.
Costa d’Avorio, Corea del Sud, Ungheria e Serbia tra le nuove emissioni
Tra le emissioni di quest’anno figura il primo green bond destinato al finanziamento di progetti in Costa d’Avorio, pensato per sostenere il più grande impianto solare del Paese. Si tratta di un passaggio rilevante per un’economia emergente che punta a rafforzare la propria capacità energetica attraverso fonti rinnovabili.
Altre emissioni sono arrivate da Corea del Sud, Ungheria e Serbia, confermando la diffusione geografica del fenomeno. Sul fronte aziendale, le emissioni sono state guidate da istituti come Emirates NBD Bank PJSC e MTR di Hong Kong.
Questi collocamenti mostrano come il mercato dei green bond dei mercati emergenti non sia più circoscritto a pochi emittenti sovrani, ma coinvolga anche società e istituzioni finanziarie impegnate a sostenere progetti legati a energia pulita, mobilità e infrastrutture sostenibili.
Il sostegno di Unione europea, istituzioni partner e British International Investment
Le prospettive di ulteriore crescita sono alimentate anche dall’intervento delle istituzioni internazionali. L’Unione Europea e le istituzioni partner hanno sottoscritto un accordo per fornire 20 miliardi di euro di capitale privato a progetti infrastrutturali sostenibili nei Paesi a basso e medio reddito.
Anche British International Investment ha creato una strategia da 1,1 miliardi di sterline per sostenere la transizione energetica in India e nel Sud-est asiatico. Queste iniziative possono contribuire a rendere più profondo e liquido il mercato, rafforzando la capacità dei Paesi emergenti di finanziare progetti a lungo termine.
Per gli investitori globali, il debito verde dei mercati emergenti continua a rappresentare un segmento di interesse. “Ci piacerebbe vedere più emissioni: tendono ad essere meno volatili e hanno strutture molto solide, quindi costituiscono una parte essenziale del portafoglio”, ha affermato Michel Aubenas, responsabile debito dei mercati emergenti di BlackRock, aggiungendo che il più grande gestore patrimoniale al mondo privilegia sia le obbligazioni verdi dei mercati emergenti che quelle legate alla sostenibilità.
Rendimenti a doppia cifra e guadagni modesti nel 2026
L’attrattiva per gli investitori è legata anche alla performance recente. Secondo gli indici Bloomberg, lo scorso anno le obbligazioni verdi hanno registrato rendimenti a doppia cifra, pari al 10,7%, mentre il debito in valuta forte dei mercati emergenti ha segnato un rendimento dell’11,1%.
Finora quest’anno, però, i guadagni sono stati più contenuti. Il progresso si è fermato allo 0,4%, in linea con l’andamento generale del mercato. Nonostante ciò, la crescita delle emissioni segnala che gli emittenti continuano a vedere nel debito sostenibile uno strumento utile per finanziare la transizione energetica e rafforzare la resilienza economica.
In un contesto di aumento dei costi dell’energia, la stabilità e la struttura delle emissioni possono diventare elementi decisivi, soprattutto per investitori istituzionali alla ricerca di strumenti meno volatili e legati a progetti infrastrutturali concreti.
Le economie emergenti sono le più esposte agli shock energetici
Le economie emergenti sono spesso le prime a subire gli effetti degli shock energetici. Il calo dell’offerta ha costretto Paesi come Egitto, Pakistan e Filippine ad adottare misure di emergenza per ridurre il consumo di energia.
Tra le misure introdotte figurano la settimana lavorativa di quattro giorni, il coprifuoco e le restrizioni ai viaggi e all’uso dei condizionatori d’aria. Si tratta di interventi che mostrano quanto la dipendenza dalle importazioni energetiche possa avere conseguenze immediate sulla vita quotidiana, sulla produzione industriale e sull’organizzazione delle attività economiche.
Queste pressioni stanno incentivando anche il finanziamento a lungo termine delle energie rinnovabili. Lo Zambia si è assicurato un investimento di 1,5 miliardi di dollari dalla Cina per un complesso energetico ibrido, mentre la Cambogia ha avviato la costruzione di una centrale idroelettrica da 1 miliardo di dollari, secondo quanto riportato dai media locali.
Mercoledì scorso, l’Emerging Africa & Asia Infrastructure Fund ha annunciato un prestito garantito senior a sostegno di un impianto di produzione di carburante per l’aviazione sostenibile nell’ambito di un progetto da 212 milioni di dollari in Egitto.
Solare, stoccaggio ed elettrificazione: i primi segnali della spinta della guerra
A quasi 10 settimane dall’inizio della guerra con l’Iran, emergono nuove prove, seppur ancora aneddotiche, che suggeriscono come il conflitto potrebbe dare impulso all’adozione globale delle tecnologie per l’energia pulita.
Lo shock energetico mette in evidenza la vulnerabilità di molte nazioni alle costose interruzioni delle importazioni di petrolio e gas, ma anche l’importanza della diversificazione in termini di sicurezza. È su questo terreno che solare, stoccaggio, elettrificazione e veicoli più puliti potrebbero trovare una nuova spinta.
Secondo il think tank Ember e la società di ricerca energetica BloombergNEF, le esportazioni di pannelli solari cinesi sono aumentate vertiginosamente a marzo. Entrambe le fonti sottolineano però che il dato è dovuto in parte all’anticipazione delle modifiche fiscali interne, entrate in vigore ad aprile, che rendono le esportazioni un po’ meno redditizie.
“Sarà davvero interessante vedere i dati sulle esportazioni cinesi di aprile”, ha dichiarato via email Ethan Zindler di BloombergNEF.
Auto elettriche, pannelli solari ed ETF rinnovabili sotto osservazione
Secondo Bloomberg, le vendite interne di auto elettriche in Corea del Sud sono più che raddoppiate il mese scorso rispetto a marzo 2025, mentre le importazioni di pannelli solari sono aumentate del 137%. Anche nell’Unione Europea le vendite di veicoli elettrici hanno registrato un’impennata a marzo, con una crescita su base annua superiore a quella di gennaio e febbraio. Sarà però necessario osservare i dati di aprile, che saranno pubblicati entro la fine del mese, per capire se la tendenza sia destinata a consolidarsi.
I leader dell’Unione Europea sostengono che adotteranno un approccio ancora più aggressivo ai piani di elettrificazione a seguito della costosa crisi. Il segnale arriva anche dai mercati finanziari: secondo i dati di Morningstar, ad aprile oltre 3 miliardi di dollari sono confluiti in fondi negoziati in borsa, gli ETF, legati alle energie rinnovabili. Si tratta del maggiore afflusso da gennaio 2021.
La transizione energetica resta difficile da isolare dal contesto globale
Nonostante i segnali positivi, stabilire con certezza quanto la guerra con l’Iran stia accelerando la transizione globale verso l’energia pulita resta complesso. Una delle ragioni è che anche il carbone sta registrando un aumento in alcuni Paesi, tra cui la Corea del Sud.
Inoltre, la diffusione del solare e dei veicoli elettrici era già in rapida crescita in molti Stati prima del conflitto. Isolare il cosiddetto “segnale iraniano” dal rumore di fondo della transizione energetica globale è quindi difficile.
Un altro elemento da considerare è che la diversificazione energetica può significare anche maggiore ricorso a petrolio e gas provenienti da altre regioni. È il caso del ministro dell’energia norvegese, che ieri ha citato la crisi iraniana annunciando la riapertura dei giacimenti di gas del Mare del Nord, o dell’impennata delle esportazioni di petrolio e derivati statunitensi dall’inizio della guerra.
La sicurezza energetica, dunque, non si traduce automaticamente in una fuga dai combustibili fossili. In alcuni casi può rafforzare gli investimenti nelle rinnovabili, ma in altri può spingere governi e imprese a cercare forniture alternative di gas e petrolio.
I rischi per la transizione: crescita più lenta e minore spazio fiscale
L’ex capo economista della Banca d’Inghilterra e di BP, Spencer Dale, indica alcuni fattori che potrebbero ostacolare o rallentare la transizione verso un’energia a basse emissioni di carbonio innescata dalla guerra.
Uno dei principali rischi è che una crescita economica più lenta, dovuta allo shock energetico, insieme a maggiori pressioni sui governi per attutirne l’impatto, possa ridurre lo spazio fiscale disponibile per finanziare le energie pulite. In altre parole, proprio mentre cresce il bisogno di investire nella transizione, i bilanci pubblici potrebbero trovarsi sotto pressione.
Anche BloombergNEF, in un rapporto pubblicato ieri sul mercato dello stoccaggio di energia tramite batterie, ha avvertito che, nonostante l’aumento dei costi del petrolio e del gas, “le imprese potrebbero ritardare il passaggio ad opzioni a basse emissioni di carbonio, a meno che non prevedano un cambiamento strutturale che porti all’abbandono della dipendenza dai combustibili fossili”.
Il punto centrale è la percezione della durata dello shock. Se governi e aziende considerano l’aumento dei prezzi dell’energia come un fenomeno temporaneo, potrebbero rinviare investimenti strutturali. Se invece lo interpretano come un segnale di vulnerabilità permanente, le tecnologie pulite potrebbero diventare una priorità più urgente.
Green bond, energia pulita e sicurezza: una nuova fase per i mercati emergenti
La crescita del 53% delle emissioni di green bond nei Paesi in via di sviluppo nei primi quattro mesi dell’anno rappresenta uno dei segnali più evidenti del cambiamento in corso. Il dato dei 24 miliardi di dollari, il più alto dal record del 2023, indica che la finanza sostenibile sta tornando al centro delle strategie di sviluppo, soprattutto nelle economie esposte ai rincari energetici.
Il conflitto in Medio Oriente ha reso più urgente il tema della sicurezza energetica, ma ha anche riaperto il dibattito su come finanziare la transizione senza aggravare la fragilità fiscale dei Paesi emergenti. Da un lato, la volatilità del petrolio rende più attraenti solare, stoccaggio ed elettrificazione. Dall’altro, crescita più debole, aumento dei costi e pressioni sui bilanci pubblici potrebbero rallentare gli investimenti.
La sintesi più prudente arriva da Tatiana Mitrova, ricercatore del Center on Global Energy Policy della Columbia University. “È ancora troppo presto per affermare che la guerra con l’Iran stia chiaramente accelerando l’intera transizione, ma ci sono già dei segnali concreti che indicano come stia rendendo le scelte legate all’energia solare, allo stoccaggio e all’elettrificazione più attraenti nell’ottica della sicurezza energetica”, ha scritto in uno scambio di email.
