Prosopagnosia e riconoscimento dei volti: ricerca svela i meccanismi del cervello umano

Uno sguardo approfondito sulla prosopagnosia, sui meccanismi cerebrali alla base della percezione dei volti e sulle prospettive applicative della ricerca, anche in ambito clinico, a partire da tecniche innovative di stimolazione cerebrale non invasiva

Cosa accade nel cervello umano quando viene meno la capacità di riconoscere i volti, al punto da non distinguere nemmeno quelli dei propri familiari o, nei casi più estremi, la propria immagine allo specchio, pur mantenendo intatta la capacità di identificare oggetti e luoghi? Il fenomeno è noto come prosopagnosia, un disturbo selettivo della percezione facciale che mette in luce l’esistenza di circuiti cerebrali altamente specializzati. A spiegarne i meccanismi è la neuroscienziata cognitiva Zaira Cattaneo, docente presso l’Università degli studi di Bergamo, intervenuta nel programma CrowdScience della BBC. Secondo la ricercatrice, il cervello umano dispone di una rete dedicata specificamente all’elaborazione dei volti, considerati tra gli stimoli più rilevanti dal punto di vista evolutivo e sociale.

Nel corso della vita, questa rete consente di riconoscere migliaia di individui, spesso dopo una sola esposizione e a distanza di anni. Si tratta di una funzione resa possibile dall’attività coordinata di diverse aree cerebrali specializzate, che si sono progressivamente sviluppate per garantire un riconoscimento rapido e preciso dell’identità altrui. Quando tali aree vengono danneggiate, il sistema si “disconnette” in modo selettivo: la persona continua a percepire normalmente oggetti, ambienti e altre categorie visive, ma perde la capacità di riconoscere i volti. È proprio questa dissociazione a caratterizzare la prosopagnosia, che può avere conseguenze significative nella vita quotidiana.

Chi ne è affetto spesso ricorre a strategie compensative, basate su indizi alternativi come la voce, l’abbigliamento, l’acconciatura o il contesto in cui avviene l’incontro. In alcuni casi, il disturbo è presente fin dalla nascita, senza lesioni cerebrali evidenti: si parla allora di prosopagnosia congenita, la cui origine potrebbe essere legata a fattori genetici. Attraverso studi che utilizzano tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva, Cattaneo ha contribuito a chiarire non solo i circuiti coinvolti nel riconoscimento dell’identità dei volti, ma anche quelli responsabili dell’interpretazione di informazioni più complesse, come le emozioni, la percezione dell’affidabilità e persino il giudizio estetico.

“Le ricerche in ambito neuroscientifico – spiega la prof.ssa Zaira Cattaneo – rappresentano un contributo fondamentale per comprendere i meccanismi alla base della percezione sociale e per sviluppare strumenti sempre più efficaci di diagnosi e intervento. Nei nostri studi più recenti stiamo per esempio utilizzando una tecnica all’avanguardia, la stimolazione cerebrale a correnti alternate, che consente di potenziare la sincronizzazione delle oscillazioni cerebrali spontanee. Il nostro laboratorio ha già dimostrato come questo migliori le capacità motorie, e ora stiamo studiando come questa tecnica di neuromodulazione possa anche potenziare abilità sociali come il riconoscere le emozioni espresse da altre persone o il predirne le azioni. Questi risultati potranno poi essere traslati in ambito clinico per il trattamento di disturbi diversi in cui le capacità di interazione sociale sono compromesse”.