Sub italiani morti alle Maldive: un medico svela le possibili cause della tragedia

L’esperto ricostruisce le possibili cause della tragedia e indica negli accertamenti tecnici la chiave per chiarire la dinamica

La tragedia dei cinque subacquei italiani morti alle Maldive potrebbe essere legata alle condizioni del mare e alla forza delle correnti, più che a un errore di programmazione dell’immersione. È questa, allo stato attuale, l’ipotesi ritenuta più plausibile da Pasquale Longobardi, direttore sanitario del Centro Iperbarico di Ravenna e vicepresidente della Simsi, Società italiana di medicina subacquea e iperbarica, intervenuto con Adnkronos Salute sul decesso dei cinque sub. Secondo l’esperto, gli elementi disponibili indicano che non si trattava di subacquei occasionali, ma di persone preparate, autorizzate. La ricostruzione, tuttavia, resta legata al recupero e all’analisi delle attrezzature subacquee, delle bombole e dei computer subacquei, strumenti fondamentali per capire profondità, tempi e dinamica dell’immersione.

Maldive, cinque sub italiani morti: l’ipotesi della corrente

“Dalle poche informazioni disponibili sappiamo che i cinque sub erano esperti, formati e autorizzati dalle autorità maldiviane. Non erano sub ‘creativi’, persone che prendono l’aereo e fanno immersioni nel weekend, ma professionisti impegnati in un programma di ricerca scientifica. L’immersione era in una grotta, che alle Maldive significa spesso piccoli anfratti, quindi è improbabile che abbiano esaurito la miscela respiratoria all’interno. In quel momento, però, era attiva un’allerta gialla e le correnti possono essere molto forti, arrivando a spingere verso il basso come una centrifuga. E’ possibile che uno di loro sia andato in difficoltà, che gli altri siano intervenuti per aiutarlo consumando rapidamente l’aria e che siano poi stati trascinati via dalla corrente”. Così Longobardi delinea una possibile dinamica della tragedia dei sub italiani alle Maldive. Il punto centrale, secondo l’esperto, è la presenza di un’allerta gialla e di condizioni marine potenzialmente critiche. In uno scenario simile, anche subacquei esperti possono trovarsi improvvisamente in difficoltà, soprattutto se uno del gruppo accusa un problema e gli altri intervengono per prestare soccorso.

L’ipotesi indicata da Longobardi è quindi quella di un evento rapido, innescato da una difficoltà individuale e aggravato dalla necessità di assistenza reciproca, con un consumo accelerato dell’aria e il possibile intervento di correnti capaci di trascinare i sub lontano dal punto dell’immersione.

Immersione a 50 metri e autorizzazione speciale alle Maldive

Un altro elemento rilevante riguarda la profondità dell’immersione. Longobardi ricorda che alle Maldive esistono limiti precisi per le immersioni, ma nel caso dei cinque sub italiani sarebbe stata concessa un’autorizzazione specifica.

“Tutte le immersioni devono essere programmate – spiega – Alle Maldive non è consentito per legge immergersi a 50 metri di profondità, ma a loro era stata concessa un’autorizzazione specifica. Quando si scende a quelle profondità bisogna pianificare con attenzione anche la miscela di gas respirata. In genere si utilizza aria, ma nel caso dei cinque sub italiani è possibile che sia stato impiegato nitrox, una miscela di azoto e ossigeno. Il nitrox aumenta la quantità di ossigeno nelle bombole e riduce il rischio di incidenti da decompressione, ma non dovrebbe essere usato oltre i 40 metri, perché può provocare convulsioni”, osserva Longobardi.

La questione della profondità è quindi centrale per comprendere la dinamica dell’incidente. A 50 metri di profondità, la pianificazione della miscela respiratoria diventa un passaggio determinante per la sicurezza. L’esperto sottolinea che il nitrox, miscela composta da azoto e ossigeno, può ridurre il rischio di incidenti da decompressione, ma presenta limiti di utilizzo legati alla profondità.

Nitrox, aria e miscele respiratorie: il nodo della sicurezza

Il tema delle miscele respiratorie è uno degli aspetti tecnici più importanti nella ricostruzione della tragedia. Longobardi evidenzia che una scelta errata del gas potrebbe avere conseguenze gravi, ma allo stesso tempo invita alla prudenza, ricordando l’esperienza dei sub coinvolti.

L’esperto richiama poi l’attenzione anche su eventuali problemi tecnici: “quando vengono caricate le bombole, un difetto del compressore può provocare un’intossicazione da monossido di carbonio, il cosiddetto ‘veleno bianco’, che è inodore. Tuttavia, stiamo parlando sub molto esperti, due di loro erano istruttori, quindi è difficile pensare a un errore nella scelta del gas o a una violazione, anche involontaria, delle normative maldiviane”, ragiona Longobardi.

Il possibile ruolo del monossido di carbonio viene quindi citato come elemento da verificare attraverso le analisi tecniche, ma non viene indicato come ipotesi principale. Il cosiddetto “veleno bianco”, inodore, può derivare da un difetto del compressore durante il caricamento delle bombole. Tuttavia, proprio l’esperienza dei sub e la presenza di due istruttori rendono meno probabile, secondo Longobardi, un errore nella scelta della miscela o una violazione delle regole.

Normative maldiviane e immersioni profonde

Longobardi richiama anche le differenze tra le procedure adottate alle Maldive e quelle seguite in altri Paesi per le immersioni a maggiore profondità. Il quadro normativo locale, spiega l’esperto, prevede limiti stringenti.

“Alle Maldive – precisa – per legge non ci si può immergere oltre i 30 metri; se lo si fa bisogna utilizzare aria, mentre nel resto del mondo, Italia compresa, a quelle profondità si usano normalmente miscele contenenti elio”.

La precisazione introduce un ulteriore punto tecnico: nelle immersioni profonde, in molti contesti si ricorre a miscele contenenti elio, mentre alle Maldive il quadro normativo prevede condizioni differenti. Nel caso dei cinque sub italiani, tuttavia, l’immersione sarebbe stata autorizzata in modo specifico, proprio perché collegata a un programma di ricerca scientifica.

Attrezzature e computer subacquei decisivi per ricostruire la tragedia

Per fare chiarezza sulla morte dei cinque sub italiani alle Maldive, sarà fondamentale l’analisi delle attrezzature recuperate. Le bombole potranno indicare quale miscela respiratoria fosse stata utilizzata, mentre i computer subacquei potranno ricostruire con precisione il profilo dell’immersione.

Secondo il vicepresidente Simsi, “immergersi in sicurezza è possibile scegliendo la miscela corretta”. Per fare chiarezza sulla tragedia “molto dipenderà dall’analisi delle attrezzature, una volta recuperate. Al momento è stato ritrovato un solo sub – ricorda – mentre gli altri potrebbero essere stati trascinati via dalla corrente. Se nelle bombole c’era aria, allora la causa della morte difficilmente sarebbe attribuibile a un errore di programmazione dell’immersione”.

Il recupero delle attrezzature assume quindi un valore decisivo. Solo attraverso l’esame delle bombole, dei dispositivi e dei dati registrati sarà possibile capire se i sub fossero effettivamente a 50 metri, se siano scesi oltre quella profondità o se si trovassero già in fase di risalita.

L’ipotesi più plausibile: un malore legato alle condizioni del mare

Nonostante le diverse possibilità tecniche da verificare, Longobardi ritiene che l’ipotesi più plausibile resti quella di un malore o di una difficoltà legata alle condizioni del mare e alla forza delle correnti alle Maldive.

Per Longobardi, però, l’ipotesi più plausibile resta quella di un malore legato alle condizioni del mare. “Basterà analizzare i computer subacquei che avevano con sé per ricostruire il profilo dell’immersione: capire se fossero realmente a 50 metri, se siano scesi ancora di più oppure se fossero già risaliti verso i 30 metri. Ma, allo stato attuale, questa mi sembra l’ipotesi più plausibile”, conclude.

La ricostruzione definitiva resta dunque affidata agli accertamenti tecnici. Al momento, però, la lettura fornita dall’esperto punta sulle condizioni marine, sull’eventuale difficoltà di uno dei sub e sul possibile intervento degli altri, fino al consumo rapido dell’aria e al trascinamento causato dalla corrente. Una dinamica che, se confermata, mostrerebbe come anche un’immersione condotta da sub esperti, formati e autorizzati possa trasformarsi in tragedia in presenza di condizioni ambientali estreme.