Il caso della morte degli alpinisti Luca Perazzini e Cristian Gualdi, scomparsi durante un’escursione sul Gran Sasso nel dicembre del 2024, ha fatto nuovamente notizia dopo l’udienza di opposizione all’archiviazione dell’indagine, che si è tenuta giovedì scorso presso il Tribunale di Teramo. La tragedia si è verificata quando i due giovani, entrambi di Santarcangelo di Romagna, sono stati sorpresi da una violenta bufera di neve mentre erano in escursione sul Corno Grande, a circa 2.700 metri di altitudine. Nonostante le difficili condizioni meteo, i due alpinisti hanno lanciato l’allarme, attivando la macchina dei soccorsi. Tuttavia, la tempesta di neve e il rischio valanghe hanno ostacolato il loro salvataggio, sollevando numerosi dubbi sulla gestione delle operazioni di recupero. L’indagine era stata avviata dai familiari delle vittime, che avevano accusato i soccorritori di ritardi e di un possibile errore umano che ha contribuito al dramma.
Nel corso dell’udienza, il pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta, sostenendo che non ci fossero responsabilità penali nei confronti dei soccorritori. Ma i familiari, rappresentati dagli avvocati Luca Greco e Francesca Giovannetti, si sono opposti a questa richiesta, chiedendo un approfondimento sulle circostanze della morte dei due alpinisti e sulle eventuali responsabilità di chi gestì le operazioni di soccorso.
Errore nei primi minuti di soccorso: le coordinate sbagliate
Una delle principali accuse emerse durante il dibattimento riguarda un errore nei primi minuti dopo la chiamata di emergenza da parte di uno dei due alpinisti. Secondo l’avvocato Luca Greco, il problema sarebbe stato causato da un errore nella comunicazione delle coordinate geografiche. “Nella telefonata – ha spiegato l’avvocato Greco – l’alpinista avrebbe comunicato all’operatore del numero unico di emergenza le coordinate di dove si trovavano estrapolandole da Google con il cellulare, ma queste, sarebbero state in decimali. Dall’altra parte del telefono, però, non furono annotate nel formato sessagesimale, senza prima convertirle quando vennero passate ai soccorritori. Questo errore ha fatto sì che, nella prima ora, le squadre di soccorso avessero iniziato le ricerche sul versante sbagliato della montagna”.
Questo errore, che ha ritardato il ritrovamento dei due giovani, è stato un punto cruciale dell’udienza, poiché si ritiene che abbia contribuito alla tragica fine degli alpinisti, facendo perdere tempo prezioso nelle operazioni di recupero.
Le critiche alla gestione dell’emergenza: la mancata chiusura della funivia e i ritardi nei soccorsi
Un altro aspetto su cui si sono concentrati i legali delle vittime riguarda la gestione delle condizioni meteo avverse e la mancata chiusura della funivia tra Fonte Cerreto e Assergi, sul versante occidentale di Campo Imperatore, che avrebbe dovuto essere fermata a causa dell’allerta meteo. I familiari di Perazzini e Gualdi hanno sempre sostenuto che, visto l’allerta meteo per quella giornata, l’accesso alla vetta avrebbe dovuto essere proibito, evitando che gli alpinisti si trovassero in una situazione di pericolo così grave.
Inoltre, durante l’udienza, gli avvocati Greco e Giovannetti hanno sollevato il tema della tempestività dei soccorsi e della segnaletica. La macchina dei soccorsi ha dovuto fare i conti con le difficili condizioni atmosferiche, ma la tempistica delle operazioni è stata messa in discussione dai familiari, che hanno sottolineato i ritardi nel raggiungere i luoghi indicati dai soccorritori.
I giorni di apprensione e il difficile recupero dei corpi
Il pomeriggio del 22 dicembre 2024, i due alpinisti si trovavano nel Vallone dell’Inferno, sul versante sud-est del Corno Grande, quando furono sorpresi dal peggioramento delle condizioni meteo. Dopo essere scivolati a circa 2.700 metri di altitudine, riuscirono a lanciare l’allarme. La macchina dei soccorsi fu immediatamente attivata, ma dovette affrontare condizioni proibitive, con venti fortissimi e un alto rischio di valanghe. Le operazioni di recupero furono ostacolate da giorni di maltempo, e persino i soccorritori rimasero bloccati all’ostello di Campo Imperatore, dove rimasero per giorni, dal 23 dicembre alla mattina di Natale.
Solo cinque giorni dopo, un elicottero, durante un sorvolo, avvistò il corpo di Gualdi, che fu recuperato via terra. Il corpo di Perazzini, sepolto sotto 70 centimetri di neve e senza guanti, fu individuato poco dopo grazie all’uso delle sonde. Durante il recupero, il corpo di Gualdi fu trovato senza una scarpa, un dettaglio che ha fatto crescere ulteriormente la preoccupazione per la tempistica dei soccorsi e la gestione dell’emergenza.
La decisione del giudice rimandata: l’attesa della verità
Al termine dell’udienza, il giudice per le indagini preliminari (GIP) ha deciso di riservarsi la decisione sull’archiviazione dell’indagine. Questo rimanda la risposta definitiva sulla possibilità di procedere con un eventuale rinvio a giudizio per i responsabili dei ritardi nei soccorsi e degli errori commessi durante le operazioni di recupero.
La tragedia ha scosso profondamente la comunità abruzzese, sollevando interrogativi sulla sicurezza degli alpinisti e sull’efficacia delle operazioni di soccorso in condizioni così estreme. In attesa della decisione finale, i familiari delle vittime e i loro legali continuano a lottare per ottenere giustizia per i loro cari, affinché la verità sulla morte di Luca Perazzini e Cristian Gualdi venga a galla.
