Spazio profondo e ultracentenari terrestri: due mondi apparentemente agli antipodi che, in realtà, custodiscono insieme la chiave per la medicina del futuro. Se i supercentenari rappresentano l’esempio perfetto di perfetto equilibrio biologico, gli astronauti in orbita sono l’esatto opposto: un modello di invecchiamento accelerato in un ambiente estremo. Proprio dallo studio di questo contrasto nasce una nuova frontiera della medicina preventiva. A tracciare la rotta è il professor Salvatore Di Somma, che rivela come i segreti dello stress biologico spaziale e dei biomarcatori della longevità ci aiuteranno a prevedere e sconfiggere le malattie sulla Terra, molto prima della loro comparsa.
“Gli astronauti rappresentano un modello di invecchiamento accelerato: nello spazio il corpo è costretto a reagire a un ambiente estremo, che diventa un vero e proprio laboratorio naturale per osservare in tempi rapidi cambiamenti nel funzionamento dell’organismo che sulla Terra richiedono anni. Studiare questi processi può aiutarci a capire meglio come prevenire le malattie e costruire una nuova medicina preventiva, capace di individuare i rischi molto prima della loro comparsa”, afferma Salvatore Di Somma, professore di Medicina Interna “Ad unam Sapienziam Università La Sapienza di Roma” e fondatore di “Great Health Science on Longevity”, tra i protagonisti dell’incontro “A Dialogue on Space and Non-Space” promosso a Torino dal progetto Italian Knowledge Leaders di Convention Bureau Italia e dalla rappresentanza EMEA dell’American Institute of Aeronautics and Astronautics, la più grande società tecnica aerospaziale al mondo con oltre 33.000 membri in 91 Paesi, con il supporto di Turismo Torino e Provincia Convention.
Da oltre quindici anni, Di Somma studia i meccanismi biologici della longevità insieme a gruppi di ricerca della Sapienza, dell’Università di Lund in Svezia e dell’Università di San Diego, collaborando anche con programmi collegati alla NASA. Al centro delle ricerche ci sono i cosiddetti biomarcatori della longevità, cioè segnali biologici che permettono di comprendere come l’organismo sta invecchiando e quali fattori contribuiscono a proteggerlo dalle malattie. “Analizzando centenari e supercentenari abbiamo individuato alcuni meccanismi biologici che sembrano proteggere dall’invecchiamento – spiega Di Somma -. Queste persone rappresentano un modello ideale perché riescono a mantenere nel tempo un equilibrio tra organismo e ambiente esterno. Lo Spazio ci offre invece il modello opposto: un ambiente estremo che accelera i processi di stress biologico e di invecchiamento”.
Nuove prospettive per la medicina del futuro
Secondo il medico, proprio il confronto tra questi due estremi può aprire nuove prospettive per la medicina del futuro. “Non possiamo aspettare dieci o quindici anni per sapere se un astronauta svilupperà una patologia cardiovascolare o un tumore. Dobbiamo individuare segnali precoci – osserva Di Somma -. Oggi abbiamo strumenti che ci consentono di misurare cambiamenti metabolici, cioè variazioni nelle sostanze prodotte dall’organismo, modificazioni epigenetiche, ovvero alterazioni nel modo in cui i geni vengono attivati o disattivati, e cambiamenti delle cellule staminali, le cellule responsabili della rigenerazione dei tessuti. Tutti questi elementi possono aiutarci a riconoscere in anticipo i rischi per la salute”.
La ricerca sulle cellule staminali
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalle ricerche riguarda proprio le cellule staminali. “Abbiamo osservato che durante i viaggi spaziali si verifica una loro importante attivazione – prosegue il professore -. In altre parole, diventerebbero più reattive nel tentativo di riparare o sostituire cellule e tessuti sottoposti allo stress dell’ambiente spaziale. Si tratta di una risposta di difesa dell’organismo, ma può rappresentare anche un campanello d’allarme. Comprendere questi meccanismi ci permette di monitorare in modo molto più preciso lo stato di salute degli astronauti”.
“La vera sfida – conclude Di Somma – è trasferire queste conoscenze sulla Terra. Oggi la prevenzione si basa spesso su parametri che diventano evidenti quando il processo patologico è ormai già iniziato. Le nuove frontiere della medicina ci consentono invece di osservare cambiamenti molto più precoci, legati ai meccanismi che regolano il funzionamento dei geni, alle sostanze prodotte dall’organismo e alle cellule capaci di rigenerare i tessuti. È qui che si giocherà la medicina dei prossimi decenni”.
