Nel periodo 2006-2023, rispetto alla media climatica 1981-2010, tra i 21 capoluoghi di regione italiani i giorni estivi (temperatura massima maggiore di +25°C) sono aumentati da 101 a 114 e le notti tropicali (temperatura minima che non scende sotto i +20°C) da 38 a 49. Tra il 1940 e il 2025, la temperatura media annua sia nel Mar Tirreno sia nell’Adriatico è cresciuta di oltre 1°C, a una velocità doppia rispetto alla media globale, confermando il Mediterraneo come area di particolare vulnerabilità climatica. Lo rileva l’Istat nel rapporto ‘L’ambiente e l’energia – le trasformazioni dell’Italia’.
Nel 2024, rispetto al periodo 1991-2020, le temperature al suolo sono state più alte di 0,7°C a livello mondiale, ma di 1,3°C in Italia e 1,5°C per l’Europa nel suo insieme (il 2022 e 2023 in Italia sono stati gli anni più caldi da quando si effettuano le misurazioni). Questa tendenza al riscaldamento è ancora più accentuata considerando le temperature in area urbana, dove si manifesta il fenomeno delle isole di calore. Comparando le tendenze di quattro capitali europee con i livelli storici, a Roma in particolare (Collegio Romano) la temperatura media cresce di circa 3°C dall’inizio degli anni ’80 a oggi, e a Berlino, Madrid e Parigi si osserva un innalzamento di circa 2°C. In tutte l’incremento è massimo negli ultimi 15 anni.
Gli impatti sul ciclo idrologico
I deflussi idrici sono indicatori chiave per quantificare gli impatti del cambiamento climatico sul ciclo idrologico. L’analisi di un secolo di dati sulle portate medie annue dei principali fiumi italiani, misurate alla foce, dagli anni ’80 evidenzia una tendenza alla contrazione nel bacino del Tevere (e in quello dell’Arno), mentre il Po beneficia della migliore regolazione naturale dei laghi prealpini. Tuttavia, le analisi stagionali rivelano anche per il bacino padano un severo incremento delle magre estive, culminato nella crisi del 2022.
Emissioni di gas serra
Per quanto riguarda le emissioni di gas serra, in Italia hanno raggiunto il picco di anidride carbonica (CO2) equivalente nel 2005, diminuendo rapidamente in seguito: nel 2024 è quasi il 30% al di sotto del livello del 1990. In dettaglio, spiega l’Istat, tra il 1990 e il 2024 la quota di emissioni dell’industria si riduce sensibilmente, per l’effetto combinato del declino di alcune attività e degli investimenti in efficienza energetica; specularmente cresce il peso del terziario e dei trasporti delle famiglie, mentre la quota del riscaldamento domestico rimane stabile, ma con una forte riduzione delle emissioni.
La quota di emissioni delle famiglie nel 2023 è simile a quella delle altre grandi economie europee, mentre il peso della produzione elettrica è particolarmente contenuto in Francia, dove domina il nucleare, e ridotto in Spagna, grazie a rinnovabili e una quota non trascurabile di nucleare. Queste caratteristiche si riflettono sui livelli di emissione in termini pro capite, in Spagna e Francia inferiori sia all’Italia sia, soprattutto, alla Germania; va notato che in tutti e quattro i Paesi oggi le emissioni al consumo sono superiori a quelle risultanti dalla produzione domestica, per effetto di una quota aggiuntiva dovuta ai beni e servizi importati dall’estero, al netto di quelli esportati.
