I ghiacciai non rappresentano soltanto riserve d’acqua fondamentali per gli ecosistemi e per le società umane, ma sono anche ambienti che ospitano una biodiversità animale ancora in larga parte sconosciuta. Una biodiversità fragile, specializzata e oggi sempre più esposta agli effetti della rapida fusione dei ghiacciai, che rischia di cancellare specie e habitat prima ancora che siano stati pienamente studiati. È questo il dato centrale che emerge da uno studio internazionale guidato da ricercatori dell’Università Statale di Milano, in collaborazione con il MUSE – Museo delle Scienze di Trento, che fornisce la prima sintesi globale delle conoscenze sugli animali degli ambienti glaciali. La ricerca mette in evidenza quanto questa fauna sia oggi minacciata dal ritiro dei ghiacciai, un fenomeno che sta trasformando rapidamente alcuni degli ecosistemi più estremi e meno conosciuti del pianeta.
Lo studio pubblicato su PNAS e il concetto di “darkspots” della biodiversità
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica PNAS, si basa su un ampio database globale e mostra che, nonostante ghiacciai e calotte polari coprano circa il 10% della superficie terrestre, la biodiversità animale che ospitano resta ancora poco conosciuta. Gli autori definiscono per questo gli ambienti glaciali veri e propri “darkspots” della biodiversità, aree nelle quali si ritiene possano esistere ancora molte specie da scoprire. Il termine evidenzia una lacuna cruciale nella conoscenza scientifica: gli ecosistemi glaciali, pur essendo estesi e biologicamente significativi, sono rimasti a lungo ai margini degli studi sulla biodiversità. La loro apparente ostilità alla vita ha contribuito a sottovalutarne il valore ecologico, mentre le nuove evidenze mostrano la presenza di comunità animali adattate a condizioni ambientali estreme.
Analizzati 2.695 articoli scientifici: documentate almeno 152 specie animali
Attraverso una revisione sistematica della letteratura scientifica e dei dati disponibili, basata sull’analisi di 2.695 articoli, i ricercatori hanno documentato almeno 152 specie animali legate a ghiacciai e calotte polari. Queste specie appartengono a 14 classi diverse, confermando che gli habitat glaciali non sono ambienti biologicamente poveri, ma ecosistemi complessi e ancora poco esplorati. Tra i gruppi più rappresentati figurano rotiferi, collemboli e tardigradi, piccoli organismi capaci di adattarsi a condizioni ambientali estreme. Si tratta di animali spesso microscopici o di dimensioni ridotte, ma di grande interesse scientifico per la loro capacità di sopravvivere in habitat caratterizzati da freddo intenso, scarsità di nutrienti e condizioni fisiche particolarmente severe.
I “glacier specialists”: 73 specie dipendono strettamente dal ghiaccio
Il dato più significativo riguarda però le 73 specie segnalate esclusivamente in habitat glaciali. Sono i cosiddetti “glacier specialists”, animali che dipendono strettamente dalla presenza del ghiaccio e che risultano quindi particolarmente vulnerabili alla sua scomparsa. Queste specie rappresentano uno degli elementi più delicati della biodiversità glaciale. La loro specializzazione ecologica, che consente loro di vivere in ambienti estremi, diventa un fattore di rischio nel momento in cui il loro habitat si riduce o scompare. Il cambiamento climatico e il conseguente ritiro dei ghiacciai colpiscono infatti direttamente gli ambienti da cui dipendono.
Il rischio entro il 2100: tre specie potrebbero perdere completamente il loro habitat
Per valutare l’esposizione di questi organismi al cambiamento climatico, i ricercatori hanno incrociato la loro distribuzione attuale con diversi scenari futuri di ritiro dei ghiacciai. I risultati indicano un declino drastico degli habitat disponibili. Anche in uno scenario di riscaldamento molto limitato, entro il 2100 tre specie perderebbero completamente il loro habitat: i collemboli Desoria calderonis e Vertagopus fradustaensis e il tardigrado Adropion afroglacialis. Altre 12 specie perderebbero invece oltre il 90% del proprio habitat. Il dato mostra con chiarezza l’urgenza della questione: la perdita di ghiaccio non riguarda solo la disponibilità d’acqua o l’equilibrio climatico, ma anche la sopravvivenza di specie animali altamente specializzate, alcune delle quali conosciute solo in contesti glaciali.
Le Alpi tra le aree più esposte alla perdita di biodiversità glaciale
A causa del rapido ritiro dei ghiacciai, le Alpi emergono come una delle aree in cui questa perdita potrebbe manifestarsi in modo più rapido e accentuato. La trasformazione degli ambienti glaciali alpini rischia quindi di avere conseguenze significative anche sulla biodiversità animale associata a questi ecosistemi. La vulnerabilità delle Alpi è particolarmente rilevante perché questi ambienti ospitano specie adattate a condizioni specifiche e spesso legate a porzioni limitate di habitat. La riduzione della superficie glaciale può tradursi in una contrazione degli spazi vitali disponibili, con effetti potenzialmente gravi per gli organismi che non sono in grado di colonizzare altri ambienti.
La prudenza sul rischio di estinzione e l’urgenza della conservazione
“Collegare direttamente la perdita di habitat al rischio di estinzione richiede prudenza, perché si sa ancora poco sulla capacità di queste specie di persistere nel tempo e di spostarsi verso altri ambienti. Ma proprio per questo la tutela degli ecosistemi glaciali deve entrare con urgenza tra le priorità globali di conservazione, in coerenza con gli obiettivi del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (il principale quadro internazionale di riferimento per la tutela della biodiversità, adottato dalle Nazioni Unite per fermare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030)”, spiega Andrea Simoncini, dottorando del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università Statale di Milano, coordinatore dello studio. La dichiarazione sottolinea un punto centrale: la perdita di habitat non può essere automaticamente tradotta in estinzione certa, perché molti aspetti della biologia di queste specie sono ancora sconosciuti. Tuttavia, proprio questa mancanza di conoscenze rende ancora più urgente la protezione degli ecosistemi glaciali, in linea con gli obiettivi internazionali di conservazione della biodiversità.
Aree protette, ricerca e banche genetiche: le strategie indicate dagli studiosi
“Occorre agire con strategie mirate: dalla rapida istituzione di aree protette per limitare ulteriori impatti umani, come inquinamento, turismo e sfruttamento idroelettrico, al rafforzamento della ricerca tassonomica ed ecologica, fino alla valutazione di interventi innovativi, come la colonizzazione assistita o la creazione di banche genetiche. Senza un rallentamento del riscaldamento globale e senza investimenti mirati nella ricerca, una parte unica e ancora poco conosciuta della biodiversità del pianeta rischia di andare perduta” spiega Francesco Ficetola, docente di Zoologia del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università Statale di Milano e autore della pubblicazione. Le strategie indicate comprendono quindi interventi di conservazione diretta, come l’istituzione di aree protette, e azioni scientifiche necessarie per colmare le lacune conoscitive, dalla ricerca tassonomica a quella ecologica. Lo studio richiama anche la possibilità di valutare misure innovative, come la colonizzazione assistita o la creazione di banche genetiche, strumenti pensati per preservare specie e patrimoni biologici particolarmente vulnerabili.
Il ruolo del MUSE e la Decade di Azioni per le Scienze Criosferiche
“Questo studio si inserisce pienamente nelle sfide proposte per la “Decade di Azioni per le Scienze Criosferiche (2025-2034)”, proclamato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite; sfide alle quali il MUSE-Museo delle Scienze di Trento sta dando il suo contributo sia scientifico che divulgativo. Nello specifico, i risultati illustrati e discussi nell’articolo sono in grado di fornire informazioni rilevanti utili a contribuire alla crescente richiesta di attività di monitoraggio biologico dei ghiacciai, nonché allo sviluppo di modelli previsionali di distribuzione della biodiversità” conclude Mauro Gobbi, MUSE – Museo delle Scienze di Trento. Il riferimento alla Decade di Azioni per le Scienze Criosferiche 2025-2034 colloca lo studio in un quadro internazionale più ampio, nel quale la conoscenza della criosfera e dei suoi ecosistemi diventa sempre più importante. Il contributo del MUSE riguarda sia la dimensione scientifica sia quella divulgativa, con particolare attenzione al monitoraggio biologico dei ghiacciai e allo sviluppo di modelli previsionali sulla distribuzione della biodiversità.
Una biodiversità unica rischia di scomparire prima di essere conosciuta
Lo studio guidato dall’Università Statale di Milano evidenzia che gli ambienti glaciali custodiscono una componente della biodiversità animale ancora poco esplorata e potenzialmente molto più ricca di quanto finora documentato. La definizione di “darkspots” della biodiversità sintetizza questa condizione: aree biologicamente importanti, ma ancora insufficientemente studiate. Il progressivo ritiro dei ghiacciai rischia di accelerare la perdita di habitat per specie altamente specializzate, come i glacier specialists, rendendo urgente un rafforzamento delle attività di ricerca, monitoraggio e conservazione. Senza un rallentamento del riscaldamento globale e senza investimenti mirati nello studio degli ecosistemi glaciali, una parte unica e ancora poco conosciuta della biodiversità del pianeta potrebbe andare perduta.
