La probabile firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, con la riapertura immediata e senza pedaggi dello Stretto di Hormuz, avrebbe effetti positivi rilevanti e misurabili sull’economia italiana. Il beneficio si vedrebbe su più fronti: dall’alleggerimento delle bollette domestiche al recupero dei margini industriali per le piccole e medie imprese, fino alla normalizzazione delle rotte logistiche che condizionano l’export manifatturiero. La chiusura dello Stretto ha prodotto un’inversione brusca delle condizioni energetiche attese per il 2026. Da Hormuz transita il 20% del petrolio mondiale via mare, il 28% del GPL globale e una quota rilevante delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto. Il blocco ha quindi inciso direttamente sulle aspettative dei mercati energetici, sui prezzi all’ingrosso e sui costi sostenuti da famiglie e imprese.
Bollette luce e gas, cancellato il risparmio atteso per il 2026
Prima dell’escalation militare, le previsioni indicavano per le famiglie italiane un risparmio annuo complessivo di circa 212 euro su luce e gas rispetto al 2025. La bolletta del gas si sarebbe ridotta del 12%, mentre quella dell’elettricità del 2%. Il conflitto ha azzerato quelle aspettative. Nel secondo trimestre 2026 si è registrato un aumento dell’8,1% sulla luce e un rincaro del gas superiore al 20% per i clienti in tutela. Il prezzo di aprile è salito a 1,31 euro/Smc, rispetto a 1,02 euro/Smc di gennaio. Il costo del conflitto per una famiglia tipo viene stimato nell’ordine di 500-1.000 euro annui in più rispetto allo scenario di pace. La stima è stata elaborata dal Centro Studi Unimpresa sulla base dei dati di mercato e delle analisi di istituti internazionali relativi all’impatto del conflitto e alla dinamica dei prezzi energetici.
Longobardi: accordo atteso dall’economia reale, ma non è ancora una soluzione
Il possibile memorandum tra Washington e Teheran viene letto come un segnale positivo per mercati, famiglie e imprese, ma con margini di incertezza ancora rilevanti. Il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, sottolinea il valore economico della distensione, senza però considerare chiusa la crisi. “La firma del memorandum tra Washington e Teheran è una notizia attesa dall’economia reale, non solo dai mercati finanziari. Per le famiglie italiane significa il recupero di un potere d’acquisto eroso da mesi di rincari energetici. Per le imprese, soprattutto per le pmi, significa tornare a ragionare su costi certi, forniture prevedibili, margini difendibili. La stabilità energetica non è un tema tecnico: è una condizione di sopravvivenza per migliaia di aziende che non hanno le spalle abbastanza larghe per assorbire choc come quello che abbiamo vissuto. Detto questo, l’accordo preliminare non chiude il capitolo: servono 60 giorni di negoziato sul nucleare, e Teheran ha già avvertito che la sua sovranità sullo Stretto non è in discussione. Siamo di fronte a un segnale positivo, non a una soluzione” commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Petrolio Brent e gas TTF, i mercati anticipano la distensione
Secondo il Centro Studi Unimpresa, le reazioni dei mercati nelle fasi di distensione già documentate nel corso della crisi offrono un indicatore diretto della dimensione dei benefici attesi. Nelle settimane in cui si sono registrati progressi negoziali, il petrolio Brent è sceso sotto gli 86 dollari al barile, con cali superiori al 4% in singole sedute. Il gas TTF europeo ha ceduto fino al 6,5%, portandosi a 45 euro/MWh. La firma di un accordo convincente accelererebbe questa traiettoria. L’effetto sui prezzi dei future potrebbe manifestarsi già prima della piena normalizzazione dei flussi fisici. Per il ripristino dei transiti petroliferi servirebbe circa un mese, mentre per prodotti raffinati, chimica e alluminio i tempi di recupero sarebbero più lunghi, compresi tra tre e sei mesi. Per le famiglie, il recupero della tendenza al ribasso dei prezzi energetici prevista a inizio 2026 consentirebbe di tornare verso quel risparmio di 212 euro annui che il conflitto ha cancellato. Gli effetti immediati sarebbero benzina meno cara, riscaldamento meno caro e costo della vita in frenata.
Pmi energivore, margini sotto pressione tra gas e costi di produzione
L’impatto per le imprese italiane è strutturale e si sviluppa su più piani. Il primo riguarda i costi energetici diretti. Le pmi energivore, in particolare nei comparti acciaio, chimica, ceramica, vetro e carta, hanno assorbito rincari che hanno eroso margini già compressi da un ciclo di domanda debole. Il calo del gas all’ingrosso si trasferisce in tempi relativamente rapidi sui contratti indicizzati, riducendo la pressione sui costi di produzione. Per molte imprese, soprattutto di piccola e media dimensione, la possibilità di tornare a operare con costi più prevedibili rappresenta una condizione essenziale per difendere margini, listini e continuità produttiva.
Logistica ed export manifatturiero, la normalizzazione delle rotte riduce i sovraccosti
Il secondo fronte riguarda la logistica internazionale. La chiusura dello Stretto di Hormuz aveva prodotto un’impennata dei noli marittimi e dei premi assicurativi sui cargo, con surcharge energetiche incorporate nei contratti di trasporto. La normalizzazione delle rotte ridurrebbe questi sovraccosti, con benefici diretti per l’export manifatturiero italiano. Nel 2025 l’export manifatturiero aveva comunque tenuto, crescendo del 3,3% nonostante la crisi di Gaza e i dazi. Il dato conferma la centralità della stabilità delle rotte per l’economia nazionale e il peso che i costi logistici hanno sulla competitività delle imprese italiane nei mercati internazionali.
Agroalimentare e chimica, il prezzo del gas pesa sui fertilizzanti
Il terzo livello di impatto riguarda le filiere agroalimentari e la chimica. Il costo dei fertilizzanti azotati è strettamente correlato al prezzo del gas. La riapertura di Hormuz alleggerirebbe questa voce di spesa per l’agricoltura e per l’industria alimentare, comparto in cui l’Italia vanta posizioni esportatrici rilevanti. La riduzione della pressione sul gas avrebbe quindi effetti indiretti ma importanti anche sui costi di produzione agricola, sulle trasformazioni alimentari e sulla tenuta delle filiere che dipendono da energia, fertilizzanti e trasporti.
Investimenti, la stabilità energetica allunga gli orizzonti delle imprese
Il quarto piano riguarda la pianificazione degli investimenti. La crisi aveva già accorciato gli orizzonti decisionali delle imprese che operano su mercati esposti ai costi energetici. Un accordo stabile consentirebbe di riprendere a programmare su orizzonti più lunghi, condizione necessaria per tornare a investire in macchinari, capacità produttiva e internazionalizzazione. Per le imprese italiane, la riduzione del premio di rischio geopolitico non significherebbe soltanto energia meno cara, ma anche maggiore possibilità di programmare produzione, forniture, contratti e strategie commerciali.
Pil italiano 2026, impatto contenuto con la riapertura di Hormuz
Sul piano macroeconomico, il ritorno alla libera circolazione nello Stretto di Hormuz consentirebbe di limitare gli effetti negativi sulla crescita italiana a meno 0,4 punti percentuali nel 2026, contro scenari peggiori in caso di prolungamento del blocco. L’eurozona nel suo complesso vedrebbe l’impatto contenuto a meno 0,3 punti. Si tratta di cifre significative, ma gestibili, e molto diverse dalle stime circolate nelle fasi più acute della crisi. In quel momento, per l’Italia si ipotizzavano danni nell’ordine di 33 miliardi di euro, equivalenti a circa l’1,5% del Pil, con 200mila posti di lavoro a rischio nei settori energivori. Nello scenario di riapertura, secondo le elaborazioni del Centro Studi Unimpresa, il Pil italiano tornerebbe a gravitare verso la crescita prevista a inizio anno, nell’ordine dello 0,5-0,6% per il biennio 2026-2027.
Inflazione e Bce, il calo dell’energia può evitare nuovi rincari a catena
Sul fronte dell’inflazione, la riapertura dello Stretto potrebbe impedire il pieno trasferimento dei rincari energetici sui prezzi finali al consumo. L’effetto di secondo ordine, cioè il passaggio integrale dei maggiori costi dell’energia ai beni e servizi acquistati dalle famiglie, potrebbe non manifestarsi. Questo avrebbe benefici anche per la politica monetaria della Bce, che si era trovata a valutare un possibile rialzo dei tassi nel secondo semestre. Un raffreddamento dei prezzi energetici ridurrebbe la pressione sui prezzi al consumo e renderebbe meno urgente una stretta monetaria legata agli effetti indiretti della crisi.
Accordo preliminare, restano tre fattori di prudenza
Il quadro resta positivo, ma non privo di rischi. Il primo elemento di prudenza è la natura preliminare dell’accordo. Il memorandum apre una finestra di 60 giorni per i negoziati definitivi sul programma nucleare iraniano, obiettivo tutt’altro che acquisito. Il secondo elemento riguarda la sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Teheran ha avvertito esplicitamente che, anche in caso di firma, la situazione non tornerà alle condizioni precedenti al conflitto e che l’Iran intende continuare a esercitare la propria gestione del passaggio marittimo. Il terzo fattore è il tempo di recupero fisico dei flussi. Per i prodotti raffinati, i chimici e l’alluminio il ritorno alla normalità richiederà tre-sei mesi, con un percorso che non sarà lineare. Il premio di rischio geopolitico incorporato nei prezzi dell’energia non scomparirà con la firma. Si ridurrà: ed è già un risultato che l’economia italiana, esposta per struttura all’import energetico e per vocazione all’export manifatturiero, non può permettersi di sottovalutare.
