I pappagalli non imitano e basta: un grande studio conferma che usano i nomi proprio come gli umani

Una ricerca internazionale rivela che questi affascinanti volatili associano etichette vocali a specifici individui e sono capaci di pensiero astratto

Per decenni abbiamo guardato a questi animali con una punta di divertimento e meraviglia, convinti che la loro straordinaria abilità fosse quasi esclusivamente una questione di imitazione vocale impeccabile. Sentire un pennuto ripetere la suoneria di un telefono o una frase intercettata in casa fa sempre un certo effetto, ma la scienza ha appena dimostrato che dietro quelle performance sonore si nasconde una realtà molto più profonda. Una nuova e imponente ricerca ha infatti confermato che l’intelligenza dei pappagalli si spinge fino a un territorio che ritenevamo quasi esclusivamente umano. L’uso dei nomi nei pappagalli non è un semplice riflesso condizionato, ma una vera e propria competenza sociale: questi uccelli associano etichette vocali specifiche a singoli individui e le utilizzano in modo flessibile a seconda del contesto in cui si trovano.

Il progetto ManyParrots e i numeri della ricerca scientifica

Per arrivare a questa straordinaria conclusione, un team internazionale di scienziati provenienti dalla University of Northern Colorado, dalla University of Pittsburgh e dalla University of Vienna ha unito le forze. Gli esperti hanno analizzato una mole impressionante di dati e registrazioni audio provenienti da quasi novecento esemplari in cattività grazie al progetto ManyParrots, una rete di ricerca globale dedicata specificamente allo studio della cognizione dei pappagalli. I proprietari di tutto il mondo hanno contribuito attivamente inviando questionari e file audio dei propri animali. Tra i quattrocentotredici contributi sonori esaminati nel dettaglio dagli studiosi, ben ottantotto hanno fornito la prova scientifica che i volatili stavano utilizzando i nomi come vere e proprie etichette per identificare persone o altri animali, muovendosi ben oltre la pura ripetizione meccanica.

Oltre la ripetizione: la capacità di etichettare individui specifici

Lo studio sui pappagalli, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PLOS ONE, evidenzia come questi animali non si limitino a una categorizzazione generica del mondo circostante. Non dicono semplicemente l’equivalente di “quello è un essere umano”, ma sono in grado di focalizzarsi su una precisa persona o su un determinato compagno animale, modificando il proprio richiamo in modo mirato. Quasi la metà degli ottocentonove proprietari intervistati all’interno dell’indagine ha riferito che il proprio volatile utilizza i nomi in modo contestuale e appropriato. Questa flessibilità dimostra che la comunicazione animale in queste specie possiede una struttura flessibile che ricorda da vicino le convenzioni del linguaggio umano, scardinando l’idea che la nostra specie sia l’unica in grado di strutturare le relazioni sociali attraverso l’uso dei nomi propri.

Il pensiero astratto e il richiamo di chi non è presente

Il dato forse più sbalorditivo emerso dall’analisi dei ricercatori riguarda la capacità di fare riferimento a individui che non si trovano fisicamente nella stanza. Alcuni dei pappagalli studiati hanno infatti pronunciato il nome del loro proprietario o di un altro animale domestico della casa proprio quando questo era fuori dalla loro portata visiva. Dal punto di vista della psicologia evolutiva, questo comportamento rappresenta un vero e proprio salto cognitivo. Per evocare il nome di qualcuno che non è presente, il cervello del volatile deve essere in grado di mantenere una rappresentazione astratta e mentale di quell’individuo. Non si tratta quindi di una reazione automatica a uno stimolo visivo immediato, ma di un pensiero indipendente che dimostra una profonda e inaspettata capacità cognitive dei volatili.

Un tratto diffuso tra le specie e le bizzarrie dei nostri amici piumati

Un altro elemento di grande interesse per i biologi è che questa straordinaria facoltà non è una prerogativa esclusiva dei famosi pappagalli cenerini, storicamente noti per la loro eccezionale loquacità. La ricerca ha dimostrato che l’abilità di usare i nomi attraversa numerose e diverse specie di pappagalli, suggerendo che i mattoni cognitivi della denominazione siano molto più diffusi nel regno animale di quanto ipotizzato in passato. Accanto a questa complessità, lo studio ha registrato anche alcuni risvolti bizzarri. Diversi uccelli, ad esempio, hanno mostrato la tendenza a pronunciare il proprio nome al solo scopo di attirare l’attenzione su di sé, un comportamento egocentrico che gli esseri umani esibiscono molto raramente all’interno di una normale conversazione.

Come la scienza riscritta i confini della comunicazione animale

Fino ad oggi la letteratura scientifica ci aveva insegnato che i delfini utilizzano fitti fischi firma per identificarsi stabilmente all’interno del branco e che alcuni primati lanciano grida d’allarme differenziate a seconda del tipo di predatore in arrivo. Tuttavia, nessun lavoro precedente aveva documentato una varietà così ampia di animali capaci di produrre e maneggiare nomi propri seguendo dinamiche così simili alle convenzioni linguistiche umane. Questa scoperta mette seriamente in discussione i nostri assunti storici su ciò che rende unico il linguaggio umano. Se un piccolo cervello piumato può conservare il nome astratto di qualcuno che si trova in un’altra stanza e decidere volontariamente di usarlo per comunicare, i confini della mente animale vanno inevitabilmente ridisegnati, lasciandoci aperti all’affascinante domanda su cos’altro stia accadendo all’interno di quei complessi pensieri millenari.