Il mistero di 3I/ATLAS: l’oggetto interstellare che viene da un sistema planetario di 12 miliardi di anni fa

Un rivoluzionario studio pubblicato sulla rivista Nature svela che il terzo visitatore extrasolare mai identificato possiede una composizione chimica unica, nata a temperature inferiori a -243 °C agli albori della galassia

Un team internazionale di ricercatori guidato dall’astronomo Martin Cordiner ha pubblicato uno studio straordinario sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, annunciando la scoperta delle origini di 3I/ATLAS, il terzo oggetto interstellare confermato a transitare nel nostro Sistema Solare interno. Attraverso misurazioni isotopiche senza precedenti, gli scienziati hanno raccolto prove schiaccianti che indicano una provenienza fredda e straordinariamente distante nello spazio e nel tempo. I dati rivelano che questo corpo celeste non assomiglia a nessun altro oggetto nativo del nostro sistema planetario. Si tratta, a tutti gli effetti, di un frammento intatto e perfettamente preservato di un sistema planetario primordiale risalente a circa 12 miliardi di anni fa, formatosi subito dopo un’intensa fase di nascita stellare nelle prime epoche del cosmo.

La scoperta di un fossile cosmico senza precedenti

Scoperto nel luglio del 2025, l’oggetto interstellare 3I/ATLAS ha mostrato fin da subito tassi di produzione di gas sorprendentemente elevati in prossimità del perielio, attirando l’attenzione delle principali infrastrutture astronomiche mondiali. Fino a oggi, determinare l’esatta età e la traiettoria passata di questo viaggiatore era stato impossibile; le stime basate sulla sola velocità spaziavano in un raggio generico compreso tra i 3 e gli 11 miliardi di anni, poiché le interazioni gravitazionali caotiche all’interno dell’ambiente galattico rendono inaffidabile il tracciamento orbitale a ritroso per più di 10 milioni di anni. Gli oggetti interstellari rivestono un ruolo cruciale nell’astronomia moderna in quanto costituiscono i soli campioni direttamente osservabili di planetesimali ghiacciati nati attorno ad altre stelle, offrendo indizi insostituibili sulla diversità fisica e chimica che caratterizza la nascita degli esopianeti. Per decifrare la storia di 3I/ATLAS, i ricercatori hanno sfruttato la potenza della spettroscopia infrarossa del James Webb Space Telescope (JWST) e le rilevazioni millimetriche dell’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA) nel dicembre 2025, catturando le firme dei principali gas della chioma e dei loro isotopi minori.

L’enigma del deuterio e le temperature estreme della nube natale

La chiave per comprendere l’ambiente di formazione di 3I/ATLAS risiede nei suoi rapporti isotopici, indicatori estremamente sensibili delle condizioni termiche e di radiazione originarie. Le analisi condotte sulla firma dell’acqua della cometa hanno rivelato un eccezionale arricchimento in deuterio, con un rapporto tra deuterio e idrogeno pari allo 0,98%. Questo valore supera di oltre un ordine di magnitude quello riscontrato nelle comete nostrane. Si colloca infatti ben quindici deviazioni standard al di sopra del valore medio dello 0,029% misurato nelle comete del Sistema Solari e dieci deviazioni standard sopra la media riscontrata nelle protostelle della Via Lattea. Un simile livello di deuterazione dell’acqua ghiacciata si spiega soltanto con una sintesi avvenuta a temperature inferiori ai 30 Kelvin, ossia circa -243 °C, sulla superficie dei granelli di polvere interstellare. I modelli indicano che una reazione così efficiente richiede un flusso di raggi cosmici almeno dieci volte superiore a quello registrato a livello locale nella galassia, una condizione tipica dei dintorni di zone a bassissima metallicità e caratterizzate da una vigorosa e precoce formazione stellare. La totale assenza di processi termochimici ad alta temperatura nel disco d’origine ha permesso a questo ghiaccio di mantenere intatta la sua firma primordiale fino al suo arrivo nel nostro Sistema Solare.

Il rapporto tra carbonio-12 e carbonio-13: le tracce di una galassia giovane

Se l’idrogeno ha svelato la temperatura della nube originaria, lo studio degli isotopi del carbonio ha consentito di collocare l’oggetto nel tempo geologico della galassia. Il team di Cordiner ha riscontrato rapporti tra carbonio-12 e carbonio-13 compresi tra 141 e 191 per l’anidride carbonica, e tra 123 e 172 per il monossido di carbonio. Questi intervalli sono del tutto alieni rispetto al Sistema Solare interno ed esterno, dove pianeti come Giove, Marte o Venere, così come le comete locali e le meteoriti, mostrano una sorprendente uniformità isotopica allineata al valore delle rocce sedimentarie terrestri, pari a circa 89,4, o al valore solare di 93,5. Nel ciclo di evoluzione chimica della Via Lattea, il carbonio viene immesso principalmente dalle stelle giganti del ramo asintotico (AGB), le quali riversano nel mezzo interstellare elementi progressivamente più ricchi di carbonio-13 a causa dei processi di bruciamento nucleare interni. Di conseguenza, l’avanzare dell’età galattica comporta un aumento della metallicità e una sistematica diminuzione del rapporto carbonio-12/carbonio-13. I valori eccezionalmente elevati osservati in 3I/ATLAS testimoniano che l’oggetto si è aggregato in un mezzo interstellare povero di metalli e non ancora contaminato dalle successive generazioni stellari. Confrontando questi dati con i modelli evolutivi della galassia, gli astronomi hanno stabilito che l’età isotopica di 3I/ATLAS si colloca inequivocabilmente tra gli 11 e i 12 miliardi di anni fa.

Un’evoluzione chimica dinamica durante il transito ravvicinato

Oltre a svelare la sua carta d’identità primordiale, le sessioni osservative ravvicinate hanno immortalato una metamorfosi fisica in tempo reale mentre il corpo celeste si allontanava dal Sole a una distanza di circa 2,4 unità astronomiche. Gli scienziati hanno documentato una straordinaria evoluzione temporale nella composizione dei gas della chioma. Rispetto alle rilevazioni precedenti effettuate nell’agosto 2025, in cui l’anidride carbonica appariva dominante, la chioma ha registrato una transizione netta verso un ambiente dominato dal monossido di carbonio, evidenziando tassi di sublimazione termica estremamente dinamici e differenziati. Parallelamente, le misurazioni condotte con l’interferometro ALMA hanno calcolato una velocità di espansione dei gas compresa tra gli 0,31 e gli 0,35 chilometri al secondo. Si tratta di valori sensibilmente inferiori rispetto a quelli riscontrati nelle comete del nostro Sistema Solare a distanze analoghe. Questa anomalia trova spiegazione nel fatto che l’attività di outgassing di 3I/ATLAS non è guidata dalla sublimazione dell’acqua, bensì da molecole molto più pesanti come il monossido e il biossido di carbonio, confermando l’eccezionalità strutturale del nucleo cometario.

Archeologia galattica: una nuova frontiera per l’astronomia moderna

I risultati emersi dallo studio di 3I/ATLAS segnano l’inizio di una vera e propria era di archeologia galattica guidata dall’analisi degli oggetti interstellari. Per lungo tempo, i modelli teorici hanno suggerito che la formazione di planetesimali e l’accumulo di ghiacci molecolari stabili fossero processi scarsamente efficienti negli ambienti cosmici a ridotta metallicità. La scoperta di una composizione così ricca di volatili e spiccatamente povera di carbonio-13 dimostra invece che le condizioni di freddo intenso necessarie per l’accrescimento delle comete possono essere perfettamente mantenute anche all’interno di dischi protostellari antichi e privi di elementi pesanti. Questo viaggiatore dello spazio profondo offre la prova tangibile che i sistemi planetari potevano formarsi e prosperare miliardi di anni prima della nascita del Sole, e che i segreti chimici della Via Lattea primitiva sono scritti nei ghiacci perenni di questi instancabili messaggeri interstellari.