Un capitolo storico dell’esplorazione umana nello Spazio si avvia verso una conclusione controversa, mentre la NASA porta avanti i piani per far uscire dall’orbita l’ormai invecchiata Stazione Spaziale Internazionale e inviarla in una caduta controllata verso l’oceano. Sebbene la decisione venga presentata come un passaggio necessario per gestire il futuro pensionamento della struttura, ha rapidamente scatenato le dure reazioni di scienziati ed esperti ambientali: questi avvertono che il rientro oceanico proposto potrebbe comportare rischi imprevisti per gli ecosistemi marini, stabilendo un precedente preoccupante per lo smaltimento dei futuri veicoli. Mentre si intensificano i dibattiti sulla sicurezza, sulla responsabilità e sull’impatto a lungo termine dell’hardware che ritorna sulla Terra, aumentano le domande su questa scelta. Il finale in acqua rappresenta la via più sicura per l’umanità oppure un vero e proprio azzardo con conseguenze che ancora non comprendiamo del tutto per il nostro pianeta.
Come avverrà il rientro del laboratorio orbitante
Per comprendere la crescente controversia risulta utile accennare ai meccanismi con cui la NASA intende abbattere la più grande struttura di origine umana mai costruita nello Spazio. Il pensionamento è un processo pluriennale attentamente calcolato che inizierà tra i primi mesi e la metà del 2028. Inizialmente la Stazione perderà quota lentamente grazie a un mix tra la naturale resistenza atmosferica terrestre e le manovre di frenata controllata eseguite dal segmento russo. La fase critica inizierà a metà del 2029, quando la NASA prevede di lanciare un veicolo di deorbitazione statunitense specializzato. Sviluppato da SpaceX e finanziata dal governo americano, questo veicolo si aggancerà alla struttura. Quando arriverà il momento finale, tra la fine del 2030 e l’inizio del 2031, il veicolo accenderà i suoi 46 propulsori Draco in un’enorme combustione di rientro per spingere il massiccio laboratorio fuori dall’orbita bassa verso una discesa terminale.
L’obiettivo nelle acque del Sud
La destinazione finale scelta dalla NASA è il Punto Nemo, una vasta distesa d’acqua nel Pacifico del Sud nota come il polo oceanico dell’inaccessibilità. Si tratta del punto sulla Terra più lontano da qualsiasi civiltà umana. Un recente rapporto del Government Accountability Office degli Stati Uniti ha fatto luce sulla preoccupazione principale dell’agenzia per mantenere una presenza umana continua nello Spazio in vista della transizione verso stazioni commerciali private. Per quanto riguarda lo schianto vero e proprio, il rapporto osserva che un cimitero sottomarino rappresenta la scommessa più sicura per tutelare i cittadini. Il documento sottolinea: “Come parte del processo di rientro, la NASA prevede che porzioni della ISS e del veicolo di deorbitazione si disintegneranno e cadranno nella parte remota dell’oceano per ridurre al minimo il rischio per le aree popolate“. Gli ambientalisti tuttavia obiettano che puntare all’oceano aperto significa trattare il mare come una comoda e invisibile discarica.
Un preoccupante vuoto normativo per l’ambiente
L’incidente programmato ha suscitato una feroce opposizione da parte di The Ocean Foundation, un gruppo di conservazione con sede a Washington. Il presidente della fondazione Mark Spalding avverte che il piano “solleva serie preoccupazioni per la salute dell’oceano che la comunità spaziale non ha affrontato adeguatamente“. Il nocciolo della questione è un netto doppio standard nel diritto spaziale. Secondo la Convenzione sulla responsabilità spaziale del 1972, se un pezzo di spazzatura precipita su una città o danneggia proprietà sulla terraferma, la nazione che lo ha lanciato è interamente responsabile del pagamento dei danni. Tuttavia, denuncia Spalding, “non esiste una protezione equivalente per l’oceano“. Poiché le acque internazionali non appartengono a un singolo paese, le agenzie affrontano un massiccio vuoto legale. Il presidente ha dichiarato: “Di conseguenza, quando le agenzie spaziali hanno il controllo su dove cadono i detriti, puntano verso l’alto mare e, così facendo, non si assumono alcun obbligo legale di pagare per la pulizia o il risanamento ambientale“. Spalding ha precisato che “la lontananza dell’oceano dalle infrastrutture umane non deve essere scambiata per una mancanza di valore o vulnerabilità” e ha ribadito che “l’oceano e le sue creature meritano la stessa protezione che il diritto internazionale garantisce ai territori nazionali“.
Le richieste degli esperti per tutelare il mare
La preoccupazione principale per i biologi marini è l’enorme dimensione del campo di detriti. La struttura è grande all’incirca quanto un campo da calcio e non si dissolverà completamente in cenere durante la sua discesa infuocata. Ci si interroga su cosa accadrà alle creature sottomarine e ai fragili ecosistemi quando tonnellate di metallo contorto si schianteranno sul fondale. Spalding ha ammesso: “La risposta onesta è che non lo sappiamo del tutto“. Ha poi aggiunto: “Questo è profondamente preoccupante per una struttura delle dimensioni di un campo da calcio. Sappiamo che non tutto brucia al rientro. I componenti più densi sopravviveranno e raggiungeranno il fondale marino“.
Per evitare che il Pacifico diventi un deposito di rottami non regolamentato per veicoli ritirati, la fondazione chiede alla NASA e alla comunità internazionale di fermarsi per rispondere a domande ambientali cruciali. Prima dell’abbattimento viene richiesto un controllo ambientale completo con una valutazione dettagliata degli effetti atmosferici e dell’impatto a lungo termine sul fondale. Viene inoltre pretesa una totale trasparenza pubblica con la divulgazione di ogni materiale e composto chimico destinato a sopravvivere al rientro. Infine si richiede una rigorosa responsabilità legale per capire come questo piano si concili con i trattati marini esistenti, tra cui la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, il Trattato sull’alto mare e il Protocollo di Londra del 1996. Senza queste misure, i conservazionisti temono che il mondo stia creando un pericoloso precedente per la futura esplorazione nello Spazio.
