Il terremoto avvenuto nel Mar Tirreno durante la notte tra il 1 e il 2 giugno 2026 ha generato molta apprensione, ma fortunatamente nessuna conseguenza drammatica. Con una magnitudo pari a 6.1, si è trattato dell’evento sismico più energetico registrato in Italia negli ultimi 9 anni. Subito dopo la rapida diffusione della notizia, in molti si sono chiesti con stupore come mai una scossa così intensa non abbia provocato alcun crollo o danno agli edifici. La risposta a questo interrogativo risiede nella complessa anatomia del nostro sottosuolo e nelle affascinanti dinamiche del mantello terrestre. L’ipocentro della scossa è stato localizzato a ben 259 km di profondità, una distanza abissale se consideriamo che la crosta terrestre in quell’area presenta uno spessore di circa 35 km. Questo dato record rappresenta il fattore chiave che ha evitato il peggio alla popolazione.
Le onde intrappolate nello slab
L’evento si inserisce in un contesto geologico affascinante, dominato dallo scivolamento della placca africana sotto quella europea. Come spiegato in un approfondimento pubblicato sul blog INGVterremoti, a cura dei ricercatori Mara Monica Tiberti, Charlyse Pot, India Paglia, Emanuele Casarotti, Paola Sbarra e Francesco Maesano, la dinamica presenta caratteristiche uniche legate alla geometria della litosfera subdotta. Gli studiosi precisano infatti che “i terremoti profondi che avvengono all’interno dello slab sono caratterizzati da risentimenti anomali, difficili da simulare con le leggi di attenuazione comunemente usate per riprodurre gli effetti dei terremoti crostali“. Le onde sismiche rimangono letteralmente ingabbiate nella placca subdotta, viaggiando per centinaia di km con un’attenuazione minima lungo quello che si comporta come un vero e proprio condotto naturale. Al contrario, la propagazione verticale verso la superficie viene smorzata dalla presenza di un cuneo di astenosfera, un’area del mantello meno densa che funge da cuscinetto assorbente.
Un risentimento sismico esteso fino al Nord
Questa eccezionale efficienza nella propagazione orizzontale spiega l’ampiezza dell’area di avvertibilità. I risentimenti sono stati segnalati in Calabria, Sicilia, Puglia e Campania, a oltre 500 km di distanza dalla sorgente sismica, per spingersi fino in Grecia e in Albania. Persino in alcune città del Nord Italia si è registrata una debole percezione ai piani alti degli edifici, maggiormente sensibili alle basse frequenze, così come in Croazia e Slovenia a oltre 900 km dall’epicentro. I dati della rete sismica hanno confermato che l’energia si è propagata in modo molto efficace verso il Sud della penisola, guidata proprio dalla struttura tridimensionale della zona di subduzione. Le registrazioni mostrano che le onde P hanno raggiunto tutte le stazioni in circa 30 secondi, mentre la componente ad alta frequenza delle onde S si è dissipata dopo i primi 150 km di viaggio.
L’importanza dei dati per lo studio della subduzione calabra
Per comprendere a fondo le dinamiche di questa porzione del nostro pianeta e descrivere correttamente gli effetti dei terremoti, servirebbero modelli di attenuazione specifici. Poiché i forti terremoti profondi sono fortunatamente eventi rari, le misurazioni strumentali si rivelano insufficienti per ricavare una relazione empirica completa. Gli esperti dell’INGV sottolineano la necessità di considerare l’intero sistema in 3 dimensioni per mappare accuratamente le zone di amplificazione e quelle di smorzamento astenosferico. Diventa quindi fondamentale unire le fredde registrazioni dei sismografi con i preziosi dati sperimentali forniti direttamente dai cittadini. L’integrazione di queste informazioni permette di ricostruire in maniera sempre più fedele l’impatto reale delle onde sismiche, aiutando la comunità scientifica a decifrare i meccanismi nascosti che governano il cuore inaccessibile della Terra.
