Per quanto riguarda il violentissimo terremoto avvenuto in Venezuela, molti lettori si sono chiesti perché non si sia generato uno tsunami distruttivo, dato che la scossa è stata superficiale e localizzata vicino alla costa. A prima vista, infatti, terremoto in mare e bassa profondità sembrano gli ingredienti perfetti per la formazione di un’onda anomala. In realtà, la dinamica è più complessa e il semplice binomio mare + profondità ridotta non è sufficiente a garantire la nascita di uno tsunami.
Per capire cosa è successo davvero bisogna partire dalla natura del sisma. Le analisi sismologiche indicano che l’evento principale è stato caratterizzato da una faglia di tipo trascorrente, cioè con movimento prevalentemente orizzontale tra i due blocchi di crosta. In uno scenario di questo tipo le placche scorrono parallelamente lungo un margine trasforme, comportando movimenti tettonici con assenza di subsidenza o sollevamento verticale del fondo marino. Proprio questo dislocamento verticale, improvviso e su vasta scala, è invece l’elemento chiave per mettere in movimento grandi volumi d’acqua e innescare uno tsunami.

Un terremoto di magnitudo elevata e ipocentro superficiale vicino al mare, se associato a una faglia inversa o normale con forte componente verticale, può sollevare o abbassare in pochi secondi una porzione estesa di fondale. La colonna d’acqua sovrastante viene spinta verso l’alto o verso il basso e l’energia si propaga poi verso le coste sotto forma di onde lunghe, capaci di amplificarsi man mano che raggiungono i bassi fondali. È esattamente ciò che accade nei grandi terremoti di subduzione, i cosiddetti ‘megathrust‘, responsabili degli tsunami più devastanti.
Nel caso del Venezuela, invece, la sorgente sismica non è un classico margine di subduzione immerso sotto l’oceano aperto, ma un complesso di fratture tettoniche che corre in prossimità del litorale. L’epicentro, pur essendo vicino al mare, è stato localizzato su terraferma o comunque lungo una struttura prevalentemente continentale. L’assetto della faglia unito allo scorrimento laterale ha perciò limitato sensibilmente la capacità del terremoto di alterare il fondo oceanico. Il risultato è stato uno scuotimento molto intenso a terra, con danni e crolli in diverse aree, ma un impatto minimo sulla colonna d’acqua.
Questo spiega perché alcuni centri di monitoraggio abbiano emesso soltanto allerte o ‘advisory‘ cautelativi per alcune isole caraibiche, rapidamente ridimensionati in assenza di segnali significativi dai mareografi. L’energia liberata dalla faglia è stata quasi totalmente assorbita dalla sollecitazione meccanica della crosta superficiale, senza convertirsi in onde sismiche a lungo raggio. Non è quindi corretto parlare di ‘condizioni ideali per uno tsunami‘, perché manca il fattore più importante: un netto sollevamento o abbassamento del fondale, su un’area sufficientemente vasta.
