Gli astronomi hanno recentemente portato alla luce una scoperta scrutando le profondità dello Spazio profondo, individuando un vento stellare di una potenza inimmaginabile che batte ogni primato precedentemente stabilito. Al centro di una lontana galassia si trova un quasar, un nucleo galattico attivo alimentato dalla voracità di un buco nero supermassiccio, capace di sprigionare raffiche che viaggiano a una velocità vertiginosa pari al 30% della velocità della luce. Questa incredibile tempesta cosmica, che tradotta in numeri terrestri raggiunge l’impressionante cifra di 323 milioni di km/h, rappresenta il vento da buco nero più veloce mai osservato fino a questo momento nella lunghezza d’onda dell’ultravioletto. Per dare una misura dell’energia sprigionata, i ricercatori hanno paragonato questo fenomeno estremo a un uragano di 79ª categoria, una classificazione che fa impallidire i più devastanti eventi meteorologici del nostro pianeta.
Il motore della tempesta e i segreti di J2318
Il protagonista assoluto di questa ricerca si chiama J2318, un quasar generato da un buco nero con una massa mostruosa pari a 1,7 miliardi di volte quella del Sole, situato a una distanza di 3 miliardi di anni luce dalla Terra. Mentre la massa del buco nero rientra negli standard dei colossi cosmici che abitano i centri galattici, la furia dei suoi venti rappresenta un’anomalia assoluta. Come spiegato dai ricercatori della York University, se pensiamo che ogni categoria di uragano terrestre è circa il 20% più veloce della precedente, definire questa tempesta spaziale come un uragano di 79ª categoria rende l’idea di forze totalmente estranee a qualsiasi dinamica planetaria. Tutti i grandi sistemi galattici ospitano nel loro nucleo un buco nero supermassiccio, tuttavia queste immense entità si trasformano in quasar ed emettono venti potentissimi quando vengono circondate da un massiccio disco di accrescimento formato da gas e polveri cosmiche che nutrono costantemente il gigante centrale.
Venti cosmici spinti dalla radiazione
La natura di questi venti diverge drasticamente rispetto a quelli che spazzano l’atmosfera terrestre. Nel nostro mondo le correnti sono dettate dalle variazioni di pressione atmosferica, mentre nello Spazio profondo le enormi forze gravitazionali e mareali del disco di accrescimento generano attriti spaventosi, producendo una radiazione intensissima in tutto lo spettro elettromagnetico. Sono proprio le particelle di luce, i fotoni, a colpire gli atomi e a spingere via la materia sotto forma di raffiche violente. La sfida per gli studiosi consiste nel comprendere come questi innumerevoli e microscopici urti riescano a sommare le loro forze raggiungendo velocità così estreme senza strappare tutti gli elettroni agli atomi di carbonio e silicio, mantenendoli quindi intatti e visibili alle nostre strumentazioni astronomiche.
Il legame mancante per l’evoluzione galattica
Per risolvere l’enigma, il team di esperti si è affidato alle osservazioni raccolte dalle indagini spettroscopiche SDSS-IV e SDSS-V nell’ambito del più ampio progetto Sloan Digital Sky Survey. Scomponendo la luce del quasar nei suoi spettri, in maniera analoga a come un prisma separa i colori, gli astronomi hanno potuto isolare e analizzare nel dettaglio questi deflussi ultravioletti ultra-veloci. Lo studio di queste correnti violente, recentemente pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal, riveste un’importanza fondamentale per la comprensione delle dinamiche dell’universo. Questi venti estremi trasportano energie incalcolabili e costituiscono il meccanismo chiave attraverso il quale i buchi neri supermassicci scambiano energia con le loro galassie. Spazzando via immense quantità di gas e polveri, ovvero le materie prime essenziali per la formazione di nuove stelle, queste tempeste cosmiche finiscono per interrompere la nascita stellare, alterando per sempre l’evoluzione e l’aspetto della galassia che le ospita.
