Aria irrespirabile nelle città italiane: polveri sottili e gas nocivi oltre i limiti, l’allarme dei medici ambientali

Il monitoraggio "Cambiamo Aria" fotografa una situazione critica: PM10, PM2,5, biossido di azoto e ozono superano spesso i livelli considerati sicuri

Le città italiane continuano a fare i conti con livelli di inquinamento atmosferico incompatibili con una piena tutela della salute pubblica. I dati aggiornati alla fine di giugno 2026 del progetto nazionale “CAMBIAMO ARIA. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”, promosso da ISDE Italia – Associazione Medici per l’Ambiente insieme all’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e alla Clean Cities Campaign, confermano un quadro già emerso nel corso del 2025: nelle aree urbane italiane polveri sottili, biossido di azoto e ozono continuano a raggiungere concentrazioni preoccupanti.

Il monitoraggio ha analizzato i dati ufficiali delle reti regionali ARPA e APPA relativi a 27 città italiane, confrontando i valori registrati con tre diversi livelli di riferimento: la normativa nazionale vigente, i nuovi limiti previsti dalla Direttiva europea 2024/2881 in vigore dal 2030 e le raccomandazioni sanitarie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo il rapporto, il problema non riguarda soltanto il rispetto formale dei limiti di legge, ma soprattutto la distanza ancora ampia tra i livelli di inquinamento registrati e quelli considerati sicuri per la salute.

PM10, in alcune città già superati i limiti annuali

Alla fine di giugno 2026 alcune stazioni di monitoraggio avevano già raggiunto o superato il limite massimo annuale previsto dalla normativa italiana per il PM10. Milano, Verona, Vicenza e Modena avevano infatti già toccato la soglia delle 35 giornate con concentrazioni superiori a 50 microgrammi per metro cubo, limite consentito per l’intero anno. Criticità importanti sono state rilevate anche a Torino, Venezia, Padova, Parma, Brescia, Bergamo e Bologna.

Il confronto con lo stesso periodo del 2025 evidenzia inoltre, in alcuni casi, un aumento delle giornate caratterizzate da elevate concentrazioni di particolato. Guardando ai futuri standard europei, che dal 2030 richiederanno un limite più severo di 45 microgrammi per metro cubo con massimo 18 superamenti annuali, risultavano già oltre la soglia 13 delle 27 città analizzate.

PM2,5, nessuna città raggiunge gli obiettivi dell’OMS

La maggiore preoccupazione riguarda il PM2,5, il particolato fine capace di penetrare in profondità nell’organismo e raggiungere anche il sistema cardiovascolare. Le stazioni di Padova-Mandria, Milano-Marche, Milano-Pascal Città Studi, Torino-Rebaudengo e Torino-Rubino hanno registrato numerosi superamenti della soglia giornaliera che la nuova Direttiva europea consentirà di oltrepassare per non più di 18 giorni all’anno dal 2030.

Ancora più distante appare il confronto con le indicazioni dell’OMS, che raccomandano livelli molto più bassi. Torino-Rebaudengo ha registrato 104 giornate oltre il valore indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, Verona-Giarol Grande 98, Padova-Mandria 90 e Milano-Marche 87. Nel quadro complessivo del progetto, nessuna città monitorata risulta pienamente conforme alle raccomandazioni sanitarie dell’OMS per il PM2,5.

Biossido di azoto: il peso del traffico e delle attività portuali

Il biossido di azoto, strettamente collegato ai processi di combustione e soprattutto al traffico stradale, continua a rappresentare una criticità soprattutto nelle aree urbane più trafficate. Tra le situazioni più problematiche figurano Palermo-Di Blasi, con 78 giornate oltre il futuro limite europeo di 50 microgrammi per metro cubo, Genova-Via Buozzi con 58, Napoli-Ente Ferrovie con 50 e Genova-Corso Europa con 41. Molte delle realtà più critiche sono città portuali, dove alle emissioni del traffico si sommano quelle legate alle attività marittime. Situazioni rilevanti sono state osservate anche a Torino, Catania, Milano, Firenze e Trento.

Ozono, superamenti già prima del picco estivo

Con l’arrivo della stagione calda cresce l’attenzione sull’ozono troposferico, un inquinante secondario favorito dalle alte temperature e dall’intensa radiazione solare. Già alla fine di giugno Torino-Lingotto aveva registrato 24 giornate oltre il valore di 120 microgrammi per metro cubo. Seguivano Bergamo-Meucci con 21 giornate e Torino-Rubino, Modena-Parco Ferrari e Vicenza-Quartiere Italia con 20. Si tratta di dati significativi perché alcune stazioni hanno già superato, nei primi mesi estivi, il limite massimo di 18 giornate annue che sarà previsto dalla normativa europea dal 2030.

Un’emergenza sanitaria oltre che ambientale

Il quadro del 2026 conferma la situazione critica già evidenziata dai dati definitivi del 2025. Sebbene il confronto con il primo semestre dell’anno precedente mostri alcuni segnali di miglioramento, con un aumento dei casi nelle fasce meno critiche, la situazione generale resta preoccupante. Il PM2,5 continua a superare diffusamente i valori indicati dalla nuova Direttiva europea, mentre il biossido di azoto mantiene livelli elevati in numerosi centri urbani. Torino, Milano e diverse città della Pianura Padana restano tra le aree maggiormente esposte.

Secondo ISDE Italia, però, l’inquinamento atmosferico non può essere considerato soltanto un problema ambientale, ma rappresenta una vera emergenza sanitaria. Le evidenze scientifiche collegano infatti l’esposizione agli inquinanti atmosferici a un aumento della mortalità prematura e a un incremento di patologie cardiovascolari, respiratorie, oncologiche, metaboliche e neurologiche, oltre a effetti negativi sulla salute riproduttiva e sullo sviluppo cognitivo dei bambini.

Le stime del progetto “Cambiamo Aria”, basate sui dati ambientali ARPA, sulle informazioni demografiche e sulla mortalità ISTAT, indicano che considerando i livelli di inquinamento del 2025 e una popolazione superiore agli 8 milioni di residenti con almeno 30 anni nelle 27 città monitorate, sono stati stimati 6.731 decessi attribuibili all’esposizione al PM2,5, con un intervallo di incertezza compreso tra 5.048 e 7.572 decessi.

Questo dato rappresenta circa l’8% della mortalità per cause non traumatiche nella popolazione adulta delle città analizzate. L’impatto risulta particolarmente elevato in alcune aree: 14% della mortalità attribuibile al PM2,5 a Milano, 12% a Torino e Padova, 11% a Vicenza e Brescia e 10% a Venezia, Verona, Parma e Modena.

La richiesta: non aspettare il 2030

La Direttiva europea 2024/2881 rappresenta un passo avanti nella definizione degli standard di qualità dell’aria, ma secondo ISDE Italia non può diventare un motivo per rimandare gli interventi. L’associazione sottolinea che le persone che vivono oggi nelle città italiane hanno lo stesso diritto dei cittadini del 2030 a respirare un’aria sicura. Per questo motivo viene chiesto che i futuri piani regionali e locali per la qualità dell’aria siano valutati non soltanto rispetto agli obblighi attuali, ma anche sulla loro capacità concreta di accompagnare i territori verso gli obiettivi europei e verso i livelli raccomandati dall’OMS.

L’appello di ISDE Italia

I dati del progetto Cambiamo Aria dimostrano che nessuna delle città monitorate può considerarsi completamente al riparo dai rischi sanitari connessi all’inquinamento atmosferico. In numerosi territori, già nei primi sei mesi del 2026, sono stati raggiunti o superati livelli che la normativa europea consentirà nell’intero anno a partire dal 2030“, si legge in una nota. “Non è più sufficiente intervenire soltanto durante le fasi emergenziali o affidarsi a misure temporanee. Sono necessarie politiche strutturali, coordinate e verificabili, capaci di ridurre stabilmente le emissioni alla fonte e l’esposizione della popolazione. Inquinamento atmosferico, crisi climatica e ondate di calore non sono emergenze separate, ma manifestazioni della stessa crisi ambientale. La riduzione dell’uso dei combustibili fossili e il ripensamento di come il territorio è sfruttato rappresentano quindi una misura capace di produrre contemporaneamente benefici per la qualità dell’aria, per il clima e per la salute pubblica. Proteggere la qualità dell’aria significa prevenire malattie e morti premature, ridurre le disuguaglianze sanitarie e migliorare la qualità della vita nelle città. La tutela della salute deve diventare il criterio guida di ogni scelta pubblica“.