La giornata di ieri, giovedì 30 luglio, ha fatto registrare valori termici indubbiamente molto elevati sulle regioni di Nord-Ovest, scatenando la consueta e ormai prevedibile corsa al sensazionalismo mediatico. I termometri hanno toccato i +38,7°C ad Aosta e punte – seppur molto isolate e localizzate – di +38°C e +39°C in Piemonte, scatenando titoli apocalittici su un presunto clima impazzito. Eppure, per chi analizza le previsioni meteo e la climatologia con rigore scientifico, non c’è alcun mistero e, soprattutto, nessuna anomalia senza precedenti. Dietro questa impennata delle temperature si nasconde uno dei fenomeni atmosferici più antichi e studiati della nostra penisola, ovvero il favonio, che ha agito in combinazione con la massa d’aria calda preesistente. È fondamentale fare chiarezza, separando la fisica dell’atmosfera dall’allarmismo climatico che trasforma ogni fisiologico picco estivo in una tragedia annunciata.
L’apice dell’ondata di calore è alle spalle: arrivano i temporali e niente +40°C
Per inquadrare correttamente la situazione, dobbiamo partire dall’analisi sinottica attuale. Oggi, venerdì 31 luglio, possiamo affermare con assoluta certezza scientifica che l’apice di questa ondata di calore è ormai alle nostre spalle. I valori estremi registrati ieri sulle Alpi occidentali e sulla Pianura Padana nord-occidentale rappresentano il tetto massimo di questa fase meteorologica d’inizio estate. A partire dalle prossime ore, l’ingresso di correnti più fresche in quota darà vita a forti temporali che abbatteranno la colonna d’aria, garantendo un netto e diffuso calo delle temperature. Tra questo fine settimana di fine luglio e l’inizio di agosto, non assisteremo a nessuna ulteriore impennata termica. Chi paventava il raggiungimento e il superamento della fatidica soglia dei +40°C rimarrà deluso: il picco massimo è stato quello di ieri, generato non da una cupola di calore eccezionale, ma da un meccanismo di compressione dei venti. Nei prossimi giorni il meteo tornerà a mostrare il volto tipico dell’estate mediterranea, con un caldo assolutamente normale e sopportabile.
La meteo-didattica: cos’è il Föhn alpino e perché infuoca le valli
Per comprendere i +38,7°C di Aosta bisogna aprire i manuali di fisica dell’atmosfera e studiare il Föhn alpino, conosciuto in Italia come favonio. Non si tratta di un vento caldo che arriva dal Sahara, come spesso si crede erroneamente, ma di un vento di caduta che subisce un processo termodinamico noto come riscaldamento per compressione adiabatica. Quando una massa d’aria viene spinta contro l’arco alpino, è costretta a sollevarsi. Salendo, si espande e si raffredda, condensando la sua umidità e scaricando precipitazioni sul versante sopravvento, un fenomeno chiamato “Stau“. Una volta superato il crinale, l’aria ormai secca precipita verso i fondovalle del versante sottovento, ovvero il Piemonte e la Valle d’Aosta. Scendendo verso quote inferiori, l’aria subisce una fortissima compressione a causa dell’aumento della pressione atmosferica. Questa compressione meccanica genera calore: l’aria secca si riscalda di circa 1°C per ogni 100 metri di discesa. Se consideriamo discese di migliaia di metri dai crinali alpini, è facile capire come una massa d’aria già tiepida in quota possa trasformarsi in un soffio rovente una volta giunta nei fondovalle, portando le temperature massime a schizzare verso l’alto nel giro di pochissime ore e facendo crollare l’umidità relativa a valori a una sola cifra.
I precedenti storici che demoliscono il catastrofismo
Sostenere che il favonio anticiclonico sia una novità generata dal cambiamento climatico significa ignorare decenni di archivi meteorologici italiani. La storia climatologica del Nord-Ovest è costellata di episodi identici o persino più intensi. Basti pensare alla leggendaria estate del 2003, quando l’effetto del favonio combinato a un poderoso anticiclone africano portò le stazioni ufficiali del Piemonte a superare diffusamente la soglia dei +40°C, con Alessandria e l’astigiano che registrarono valori storici, mentre la stessa città di Aosta, l’11 agosto del 2003, superò abbondantemente i +37°C. Andando ancora più indietro nel tempo, gli archivi dell’Ufficio Idrografico ci riportano al tremendo luglio del 1983, un mese caratterizzato da un’ingerenza anticiclonica devastante che, supportata proprio da episodi di favonio estivo, fece registrare picchi di oltre +38°C in diverse località pedemontane piemontesi. Anche negli anni ’50 e ’70 sono documentati innumerevoli casi in cui i venti di caduta hanno generato sbalzi termici violenti, infuocando la Val Padana ben prima che si iniziasse a parlare di riscaldamento globale in prima serata sulle TV.
Il Favonio invernale: quando il Piemonte sfiorava i 25 gradi tra gennaio e febbraio
Per comprendere ancora meglio l’incidenza strutturale e storica di questo vento, è fondamentale ricordare che i picchi termici più clamorosi e sbalorditivi del Föhn alpino si sono spesso manifestati nel cuore dell’inverno, smentendo categoricamente l’idea che gli sbalzi termici estremi siano un’esclusiva dell’epoca contemporanea. Gli archivi meteorologici ufficiali documentano eventi eccezionali di favonio anticiclonico invernale che, tra gli anni ’70 e ’90, portarono temperature dal sapore prettamente tardo-primaverile nel mezzo della stagione fredda. Un caso scolastico e indimenticabile è quello del febbraio 1990, quando una massiccia area di alta pressione, unita a furiose correnti di caduta dalle Alpi, fece schizzare i termometri di Torino Caselle e Cuneo fino a sfiorare i +25°C in pieno inverno, con un’umidità relativa letteralmente polverizzata e crollata al di sotto del 10%. Non fu affatto un caso isolato: appena un anno prima, nel gennaio 1989, un’altra possente configurazione sinottica bloccata regalò un prolungato dominio anticiclonico e giornate di favonio continuo, spingendo le temperature massime diffuse ben oltre i +20°C su tutto l’arco alpino occidentale e sull’alta Pianura Padana, in un periodo in cui le gelate e la neve avrebbero dovuto dominare il paesaggio. Andando ancora più indietro nel tempo, il marzo 1974 rimane negli annali della meteorologia italiana per episodi di favonio violentissimo e caldissimo, capaci di generare sbalzi termici di 15-20°C nel giro di pochissime ore e di portare le colonnine di mercurio del pedemonte piemontese a toccare i +26°C, fondendo istantaneamente il manto nevoso in quota. Questi dati meteorologici storici e inoppugnabili dimostrano, in modo cristallino, che le repentine e violente impennate termiche causate dalla compressione adiabatica appartengono da sempre al DNA climatico del nostro territorio, ben prima che la psicosi del riscaldamento globale monopolizzasse l’informazione del meteo.
La normalità del clima estivo e l’uso strumentale dei dati
Ciò a cui abbiamo assistito ieri pomeriggio, quindi, non affatto è il collasso del nostro ecosistema, ma la normalissima dinamica del clima italiano, che per sua natura orografica e geografica è soggetto a questi estremi termici locali. Le montagne fanno il loro mestiere, modificando le correnti e generando microclimi specifici. Il problema odierno risiede nella narrazione. Si prende un singolo dato, per quanto notevole come i quasi +39°C di Aosta, lo si decontestualizza dalla sua matrice fisica, ovvero l’effetto foehn, e lo si utilizza per alimentare la paura. La meteorologia è una scienza fatta di termodinamica, fluidodinamica e statistica storica, non una cassa di risonanza per ansie collettive. Questo evento termico, ormai giunto al capolinea, deve ricordarci che il meteo estremo a livello locale è sempre esistito e che l’estate italiana, per definizione, prevede anche giornate di caldo intenso e venti di caduta infuocati. Ora spazio ai temporali, che riporteranno le temperature in media, dimostrando ancora una volta la fisiologica capacità dell’atmosfera di autoregolarsi.
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