Un fondamentale studio scientifico firmato dai ricercatori Colin J. Carlson, Tamma Carleton, Romaric C. Odoulami, Cullen D. Molitor e Christopher H. Trisos, pubblicato oggi sulla rivista Nature con il titolo The past and future impact of climate change on childhood malaria in Africa, ha fatto luce su un dibattito epidemiologico decennale. Attraverso l’esame di un vastissimo patrimonio di dati sanitari composto da ben 50.425 indagini cliniche condotte tra il 1900 e il 2016, la ricerca ha analizzato gli effetti diretti delle emissioni antropiche sulla diffusione della malaria infantile nell’Africa subsahariana. Lo studio si focalizza sulla prevalenza dell’infezione da Plasmodium falciparum nei bambini di età compresa tra i due e i dieci anni, fascia di popolazione storicamente più colpita dalla malattia. I risultati mostrano come la trasmissione del parassita veicolato dalle zanzare Anopheles sia fortemente condizionata dalla temperatura dell’aria, raggiungendo la sua massima intensità attorno a una media mensile di circa +25°C. Variazioni termiche di 10°C al di sopra o al di sotto di questa soglia ottimale provocano una riduzione della prevalenza dell’infezione pari a circa otto punti percentuali, confermando sul campo le curve di risposta biologica finora osservate soltanto in laboratorio.
La soglia termica e l’impatto geografico differenziato
Nel periodo compreso tra il 1901 e il 2014, l’effetto netto del cambiamento climatico a livello continentale è risultato contenuto, con un incremento medio stimato di un solo caso in più ogni mille bambini. Tuttavia, questa media nasconde profonde divergenze geografiche determinate dall’altitudine e dalla latitudine. Nelle regioni montane dell’Africa orientale, come gli altopiani dell’Etiopia e la Great Rift Valley, oltre che nell’Africa meridionale, l’innalzamento delle temperature ha reso il clima primaverile e invernale progressivamente più idoneo alla proliferazione del vettore e allo sviluppo del parassita. Nelle zone montane orientali situate a oltre un chilometro di altitudine, il riscaldamento globale di origine antropica ha causato un aumento della prevalenza della malattia fino a quasi un punto percentuale. Al contrario, in ampie porzioni dell’Africa occidentale, dove le temperature di partenza sfioravano o superavano già la soglia termica ideale, l’aumento del calore ha spinto il clima oltre i limiti fisiologici di tolleranza delle zanzare, portando a una contrazione netta della trasmissione della malaria da Plasmodium falciparum.
L’efficacia degli interventi sanitari contro le variazioni climatiche
Uno degli elementi di maggiore rilievo emersi dall’indagine riguarda il confronto tra l’influenza del clima e il peso delle politiche di salute pubblica. Sebbene le fluttuazioni meteorologiche abbiano influenzato l’andamento della malattia su scala locale, il loro impatto è stato ampiamente superato dall’efficacia dei grandi programmi di prevenzione e controllo attuati nel corso dell’ultimo secolo. Iniziative su vasta scala come il Global Malaria Eradication Programme, attivo tra il 1955 e il 1969, e i successivi piani internazionali avviati dal 2000 hanno consentito di abbattere la prevalenza continentale della malaria infantile dal 40% registrato a inizio Novecento fino a circa il 24% negli anni recenti. L’uso massiccio di reti da letto impregnate di insetticida, la disinfestazione degli ambienti interni, i farmaci antimalarici e il miglioramento generale delle condizioni socioeconomiche hanno ottenuto risultati di gran lunga superiori rispetto ai disturbi causati dal riscaldamento globale. Ciò dimostra come l’accesso alle cure e le strategie sanitarie siano in grado di contrastare efficacemente la spinta epidemiologica dettata dai fattori ambientali.
Le proiezioni per il futuro e il ruolo cruciale dell’accordo di Parigi
Proiettando i modelli econometrici e climatici al periodo compreso tra il 2015 e il 2100, la ricerca mostra come gli scenari futuri delle emissioni plasmeranno la mappa del rischio. Nelle regioni dell’Africa occidentale e dell’Africa centrale, caratterizzate da un carico di malattia storicamente elevato, l’ulteriore aumento delle temperature nel corso del ventunesimo secolo potrebbe accelerare la contrazione della malaria, poiché il caldo eccessivo inibirà la capacità riproduttiva delle zanzare. Negli scenari ad alte emissioni di gas serra, questo fenomeno potrebbe ridurre la prevalenza della malattia fino a venti casi in meno ogni mille bambini a livello continentale entro la fine del secolo. Tuttavia, per le aree ad alta quota dell’Africa orientale e per le zone temperate dell’Africa meridionale, il contenimento del riscaldamento globale risulterà determinante. Rispetando le linee guida dell’Accordo di Parigi e mantenendo l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°C, sarà possibile prevenire circa cinque casi in eccesso di malaria ogni mille bambini in queste regioni entro il 2100 rispetto agli scenari privi di mitigazione.
Nuove minacce urbane e la necessità di investimenti continui
Nonostante la prospettiva di una contrazione del parassita in alcune aree pianeggianti, gli autori dello studio raccomandano estrema cautela e sottolineano che l’eradicazione della malattia rimane un obiettivo complesso. I recenti tagli e la scarsità di risorse destinate ai finanziamenti sanitari internazionali rischiano di compromettere i traguardi raggiunti negli ultimi decenni. A questo elemento di vulnerabilità si aggiunge la rapida espansione dell’Anopheles stephensi, una specie invasiva di zanzara che si sta diffondendo rapidamente nelle città dell’Africa orientale. A differenza dell’Anopheles gambiae, questo vettore si adatta perfettamente agli ambienti urbanizzati e tollera temperature molto più elevate, riuscendo a trasmettere la malaria fino a circa +37°C. L’eventuale insediamento definitivo di questa specie nei contesti urbani africani potrebbe annullare l’effetto protettivo del calore eccessivo nelle città. Per garantire la protezione delle nuove generazioni, sarà indispensabile combinare le strategie tradizionali di lotta ai vettori con l’impiego diffuso dei nuovi vaccini contro la malaria come RTS,S e R21, mantenendo elevati gli investimenti nella sanità e nel contrasto ai cambiamenti climatici.
