Il riscaldamento globale non rappresenta soltanto una minaccia ambientale, ma un fattore destinato a incidere in modo duraturo sulla crescita economica italiana e sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. Una nuova analisi del CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, realizzata in collaborazione con Deloitte Climate & Sustainability e European University Institute, quantifica per la prima volta il legame tra rischio climatico e finanze per l’Italia. Secondo lo studio, in assenza di politiche climatiche e misure di adattamento adeguate, l’Italia potrebbe arrivare entro il 2050 con un livello di PIL inferiore fino a 6 punti percentuali rispetto a uno scenario senza danni climatici. L’impatto non si limita alla perdita di ricchezza prodotta, ma si trasmette anche alla gestione dei conti pubblici attraverso una crescita più debole, una base imponibile ridotta e un rapporto debito/PIL più difficile da contenere. Il dato più rilevante riguarda proprio la natura sistemica del rischio: il cambiamento climatico può indebolire in modo strutturale una traiettoria economica già fragile e contribuire ad aggravare la sostenibilità del debito italiano, arrivando a raddoppiare i rischi di rifinanziamento.
La prima analisi sul rischio climatico per le finanze pubbliche italiane
“Questo è il primo studio che quantifica il rischio climatico per le finanze in Italia”, spiega Massimo Tavoni del CMCC, dove è Direttore dello European Institute on the Economics and the Environment ed autore dello studio. “Troviamo che il rischio climatico sia anche un rischio sovrano – spiega Tavoni – con impatti macroeconomici che si propagano alle finanze pubbliche, agendo da fattore di stress su una vulnerabilità economica e fiscale già esistente”. L’elemento centrale dell’analisi è la trasformazione del rischio climatico in rischio sovrano. Gli effetti macroeconomici del riscaldamento globale si propagano infatti alle finanze pubbliche, accentuando vulnerabilità già presenti nel sistema italiano. In un Paese caratterizzato da bassa crescita strutturale e alto debito, anche riduzioni apparentemente graduali del PIL possono produrre conseguenze rilevanti sulla dinamica fiscale di medio e lungo periodo.
Italia più e meno crescita: fino a 6 punti di PIL in meno entro metà secolo
Per l’Italia, le stime indicano un impatto significativo già entro la metà del secolo. Entro il 2050, il livello di PIL italiano risulterebbe inferiore rispetto allo scenario senza danni climatici di una quota compresa tra circa l’1,6% e il 4,2% nello scenario ad alta crescita, fino a raggiungere valori compresi tra il 2,2% e il 6,0% nello scenario tendenziale con temperatura più elevata. In un contesto come quello italiano, in cui la crescita economica è già strutturalmente bassa, questo si traduce in una perdita di crescita che può raggiungere il 15%. La differenza assume un peso particolare se osservata lungo l’intero arco dei venticinque anni considerati: una crescita più debole riduce la base imponibile, indebolisce il denominatore del rapporto debito/PIL e incide sulla dinamica fiscale complessiva. Il nodo, dunque, non è soltanto la perdita immediata di produzione economica, ma l’effetto cumulato che il cambiamento climatico può esercitare sulla capacità del Paese di sostenere il proprio debito e finanziare la spesa pubblica nel tempo.
Clima e finanze pubbliche: il legame con lo spread climatico
“Lo studio che abbiamo realizzato mostra effetti dei cambiamenti climatici troppo spesso poco considerati”, spiega Carlo Carraro, rettore emerito dell’Università ca’ Foscari di Venezia e tra i fondatori del CMCC. “L’aumento del rapporto debito/PIL e la maggior rischiosità del debito inducono un aumento dei tassi di interesse, un aumento che potremmo chiamare spread climatico. Il tasso che lo stato deve pagare per finanziare il debito pubblico è quindi più alto in conseguenza del rischio climatico, questo significa maggiori costi per lo stato, quindi maggiori imposte o maggiore debito, in un circolo vizioso che si ripercuote sui costi di tutti i finanziamenti alle famiglie e alle imprese”. Le perdite di PIL si riflettono sulle finanze pubbliche attraverso canali strettamente intrecciati. Una crescita più debole aumenta meccanicamente il rapporto debito/PIL, riduce lo spazio fiscale disponibile e rende più complessa la gestione della sostenibilità del debito nel medio e lungo periodo. Il concetto di spread climatico evidenzia come il rischio legato al riscaldamento globale possa tradursi in maggiori costi di finanziamento per lo Stato. Se il debito diventa più rischioso, i tassi di interesse aumentano; di conseguenza, cresce il costo per rifinanziare il debito pubblico. Questo può determinare maggiori imposte o nuovo debito, alimentando un circolo vizioso che si ripercuote anche sui costi dei finanziamenti a famiglie e imprese.
Il rischio climatico come amplificatore delle vulnerabilità italiane
Dalle analisi emergono due messaggi principali: i danni climatici aggravano il rischio di sostenibilità delle finanze pubbliche, soprattutto negli scenari di aumento più elevato della temperatura; e il rischio climatico agisce come amplificatore di vulnerabilità, propagandosi dal sistema economico alla finanza pubblica. Il premio sovrano, già alto per l’elevato livello di debito, si allarga per effetto dello spread climatico. Il cambiamento climatico, dunque, non aggiunge soltanto un nuovo fronte di rischio, ma intensifica criticità già presenti nella struttura economica e fiscale italiana. L’analisi evidenzia quindi che mitigazione e adattamento sono strumenti di protezione della crescita economica e della stabilità finanziaria. Intervenire sul clima significa anche contenere il deterioramento della traiettoria macroeconomica e ridurre la pressione sulle finanze pubbliche.
Mitigazione e adattamento come leve di stabilità macroeconomica
“Per un Paese come l’Italia, esposto sia agli impatti climatici sia a vincoli di finanza pubblica, ritardare l’azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale”, spiega Matteo Calcaterra del CMCC e autore della ricerca. “I nostri risultati mostrano che mitigazione e adattamento non sono solo strumenti di tutela ambientale, ma vere e proprie leve di stabilità macroeconomica e finanziaria: agire tempestivamente nell’affrontare la crisi climatica significa proteggere la traiettoria di crescita del Paese e la sostenibilità del debito nel lungo periodo”. La prospettiva indicata dallo studio sposta il tema climatico dal solo ambito ambientale a quello della stabilità macroeconomica. Le politiche di riduzione delle emissioni e gli investimenti in adattamento non vengono presentati soltanto come strumenti di tutela del territorio, ma come misure necessarie per proteggere la crescita del Paese, la capacità fiscale e la sostenibilità del debito pubblico. Il ritardo nell’azione climatica, al contrario, può aumentare il costo economico del riscaldamento globale e rendere più onerosa la gestione delle conseguenze future.
Europa divisa dagli impatti climatici: più esposte le regioni meridionali e orientali
Il quadro europeo mostra che gli impatti economici del cambiamento climatico non sono distribuiti in modo uniforme. Le perdite non colpiscono l’Europa allo stesso modo: le regioni meridionali e orientali risultano più esposte, mentre per l’Italia il rischio principale è una traiettoria di crescita e di esposizione fiscale strutturalmente più fragile. Le aree meridionali e orientali dell’Europa risultano maggiormente vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale, con conseguenze più marcate sulla produttività, sulle infrastrutture e sui sistemi economici locali. Il cambiamento climatico, quindi, produce effetti asimmetrici, accentuando le differenze tra territori e sistemi produttivi.
Eventi estremi: 822 miliardi di euro di perdite economiche nell’Unione europea
Gli estremi meteorologici e climatici producono già oggi costi rilevanti. Nel periodo 1980-2024, gli eventi estremi hanno causato nell’Unione europea perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro. Gli ultimi quattro anni rientrano tra i cinque anni con le perdite più elevate dell’intera serie storica. Nel complesso, il quadriennio 2021-2024 ha fatto registrare perdite per oltre 208 miliardi di euro, più del 25% del totale degli ultimi 45 anni. Queste stime riguardano soprattutto le perdite sugli asset fisici e non esauriscono l’insieme dei costi indiretti, sanitari, produttivi e distributivi associati al cambiamento climatico. Il costo effettivo del riscaldamento globale, dunque, comprende anche effetti più ampi e meno immediatamente contabilizzati, ma rilevanti per la tenuta economica e sociale dei territori.
Calore estremo, produttività del lavoro e siccità: i canali del danno economico
Una parte crescente del danno economico europeo è associata al calore estremo e alla siccità. Le perdite da ondate di calore, misurate attraverso la riduzione della produttività del lavoro, sono state stimate tra lo 0,3% e lo 0,5% del PIL europeo, con impatti superiori all’1% in diverse regioni particolarmente vulnerabili. Le proiezioni indicano inoltre che, negli anni Sessanta del secolo, tali perdite potrebbero superare l’1,1% del PIL europeo in assenza di ulteriore adattamento. Per la siccità, in uno scenario senza ulteriore azione climatica e senza adattamento, le perdite annue per UE e Regno Unito potrebbero aumentare dagli attuali 9 miliardi di euro a oltre 65 miliardi di euro l’anno in un mondo a 4 °C, con una marcata concentrazione geografica nel Sud e nell’Ovest del continente.
Il clima come fattore strutturale di rischio economico e finanziario
L’analisi del CMCC, con Deloitte Climate & Sustainability e European University Institute, mette in evidenza come il rischio climatico debba essere considerato un fattore strutturale nelle prospettive economiche e fiscali dell’Italia. Il riscaldamento globale può ridurre il livello del PIL, indebolire la crescita, aumentare il rapporto debito/PIL e amplificare il rischio sovrano attraverso un aumento dei costi di finanziamento. Per l’Italia, l’esposizione climatica si intreccia con una vulnerabilità economica e fiscale già esistente. In questo quadro, mitigazione e adattamento climatico assumono un ruolo centrale non solo nella tutela ambientale, ma nella protezione della stabilità finanziaria, della crescita economica e della sostenibilità del debito nel lungo periodo.
