Il Pacifico tropicale registra un notevole surriscaldamento a metà 2026 rispetto a metà 2025, mentre vaste aree oceaniche (soprattutto Pacifico settentrionale, parte dell’Atlantico boreale e regioni temperate) evidenziano un raffreddamento. Si delinea così un contrasto netto: un marcato riscaldamento localizzato nel Pacifico, immerso in un contesto climatico globale più fresco. I riscontri empirici convalidano tale scenario: confrontando gli scarti termici superficiali del mare tra il 2026 e il 2025, emerge una vasta fascia di variazioni positive lungo la fascia equatoriale del Pacifico, un elemento coerente con lo sviluppo di un intenso Super El Niño. Contestualmente, numerose zone extratropicali registrano deviazioni al ribasso analizzando la medesima settimana dell’anno precedente. Istituti come il Copernicus Climate Change Service certificano infatti che le temperature medie globali degli oceani, relative a giugno 2026, hanno toccato o sfiorato massimi storici. Tale picco è stato trainato principalmente dall’impennata termica del Pacifico tropicale, sebbene gran parte degli oceani non mostri un surriscaldamento omogeneo rispetto all’annata precedente.
Questo scenario va oltre il concetto di anomalia marina, fungendo da vero e proprio campanello d’allarme per le condizioni meteo future. Un notevole surriscaldamento delle acque del Pacifico tropicale immette notevoli quantità di calore e umidità nell’aria, modificando gli equilibri di pioggia e temperatura a livello planetario. Di conseguenza, si aggrava la probabilità di assistere a siccità localizzate, ondate di calore e violente precipitazioni, con conseguenze che vanno ben oltre la regione del Pacifico.
Gli effetti non sono omogenei: in alcune zone aumenta la probabilità di temperature anomale e penuria d’acqua, mentre in altre salgono le probabilità di precipitazioni violente, inondazioni e nubifragi più intensi. Le aree più vulnerabili sono solitamente quelle tropicali e subtropicali, ma le conseguenze delle correlazioni a distanza possono estendersi anche all’Europa e al bacino del Mediterraneo. In queste zone, El Niño può favorire condizioni ideali per un caldo prolungato e fasi di spiccata instabilità. L’aspetto cruciale è che questa dinamica si inserisce in un globo già surriscaldato: di conseguenza, la minaccia non è rappresentata soltanto da un fenomeno di forte intensità, ma da un El Niño che funge da amplificatore delle condizioni estreme. Per questa ragione, si monitorano con attenzione le trasformazioni nel Pacifico: nei prossimi mesi, il fenomeno potrebbe determinare nuovi picchi di temperatura, fenomeni irregolari e gravi criticità per l’agricoltura e le risorse idriche.
Questo andamento rispecchia la dinamica dell’ENSO: un El Niño in forte sviluppo accumula calore nel Pacifico tropicale, surriscaldando le acque superficiali in modo molto più marcato rispetto a un riscaldamento ordinario. Nel frattempo, le temperature extratropicali risentono di venti e correnti già in essere, registrando così cali termici in alcuni settori oceanici; la media globale, tuttavia, continua a salire a causa del picco tropicale. Le mappe di anomalia termica mostrano chiaramente questo contrasto, evidenziando una netta fascia rossa equatoriale e aree blu o verdi di raffreddamento altrove. I dati di Copernicus ed ESA confermano che i valori record di calore oceanico toccati a giugno sono legati soprattutto a questa forte anomalia nel Pacifico tropicale.
