El Niño è tornato ufficialmente e, secondo gli ultimi aggiornamenti, il 2026 potrebbe entrare nella storia come uno degli episodi più intensi mai osservati. I modelli indicano infatti un riscaldamento molto ‘aggressivo’ del Pacifico equatoriale centrale, con anomalie di temperatura che potrebbero raggiungere e superare la soglia dei super El Niño del passato. Ma c’è un elemento nuovo che rende questo evento diverso da tutti gli altri: tutti gli oceani sono oggi molto più caldi rispetto agli anni Ottanta, Novanta e alla metà degli anni 2010. Questo significa che la risposta dell’atmosfera a El Niño 2026 potrebbe essere meno ‘classica’ e più complessa, con effetti diversi da quelli che abbiamo imparato a conoscere negli episodi storici precedenti.
Un Niño che corre in anticipo rispetto ai super eventi del passato
Guardando all’evoluzione del Pacifico centrale, la sensazione è quella di un El Niño che sta anticipando i tempi. All’inizio della stagione estiva, l’anomalia di temperatura nella regione chiave Niño 3.4 è già nettamente superiore a quella registrata alla stessa data durante i grandi eventi del 1982-83, del 1997-98 e del 2015-16. In quelle occasioni il riscaldamento si era intensificato progressivamente nel corso dell’estate boreale, portando le anomalie verso il picco tra l’autunno e l’inverno. Quest’anno, invece, il Pacifico equatoriale mostra da subito un segnale caldo molto più pronunciato, sintomo di un oceano carico di energia fin dalle fasi iniziali dell’evento.

Questa partenza ‘lanciata’ non è solo un dettaglio statistico. Un El Niño che si sviluppa più rapidamente tende a rimodulare prima la circolazione atmosferica tropicale, influenzando in anticipo la distribuzione delle piogge, la posizione delle fasce convettive e la struttura degli alisei. A tale proposito, il confronto con i super El Niño del passato è un buon modo per visualizzare la differenza: nel 1982, 1997 e 2015 El Niño si era imposto come protagonista principale nel corso dell’anno; nel 2026, invece, sembra voler rubare la scena fin dal principio, in un’oceano già predisposto a valori estremi.
Oltre il Pacifico: gli oceani sono tutti in ‘rosso’
La seconda grande differenza rispetto agli eventi storico di super El Niño è lo stato termico del resto del pianeta. Le mappe delle anomalie di temperatura superficiale mostrano oggi un quadro impressionante: vaste fasce ‘rosse’ si estendono non solo lungo il Pacifico tropicale, ma anche sull’Atlantico, sull’Oceano Indiano e su molti settori delle medie latitudini. Per dirla altrimenti, El Niño 2026 non si sta formando in condizioni oceaniche ordinarie con un solo focolaio caldo, bensì all’interno di un’idrosfera globale che mostra già un riscaldamento senza precedenti.
Negli anni 1982-83, 1997-98 e 2015-16 il segnale caldo era molto forte lungo l’equatore pacifico, ma al di fuori di questa fascia molte aree oceaniche presentavano anomalie più contenute o addirittura prossime alla media. Oggi la situazione è diversa: il pianeta esce da una lunga sequenza di mesi ai vertici delle statistiche di temperatura globale, con mari e oceani che immagazzinano quantità di calore senza precedenti nella storia recente. Questo contesto di riscaldamento diffuso altera radicalmente le modalità di ridistribuzione dell’energia del Niño nell’atmosfera, poiché attenua i tradizionali divari termici tra aree calde e fredde su cui si generano le grandi onde planetarie.
Modelli concordi su un Niño molto forte, ma con una risposta atmosferica più incerta
Se ci concentriamo sulle previsioni, i principali modelli stagionali convergono su un messaggio chiaro: El Niño 2026 ha tutte le carte in regola per diventare molto forte. L’area chiave del Pacifico centrale potrebbe superare la soglia di +2°C di anomalia, con diversi scenari che spingono il picco oltre i +3°C durante l’inverno boreale 2026-27. È un livello che, nelle classificazioni tradizionali, colloca l’evento nella fascia dei super El Niño, quella dei protagonisti assoluti della climatologia più recente.
Eppure, proprio mentre cresce la probabilità di un Niño da record, si fa strada l’idea di un ‘paradosso ENSO’. Alcune analisi sottolineano che, in un mondo con oceani globalmente più caldi, il segnale atmosferico associato a El Niño potrebbe risultare meno intenso e più irregolare rispetto al passato. Il motivo è che gli indici usati per misurare la forza del Niño si basano su anomalie rispetto a un clima di riferimento più freddo di quello attuale. Così, un valore da record nell’oceano non garantisce automaticamente pattern atmosferici altrettanto estremi, perché la circolazione si adatta a un nuovo equilibrio più caldo su vasta scala. In pratica, il Pacifico potrebbe gridare al ‘super El Niño’, ma l’atmosfera potrebbe rispondere con un ‘Niño diverso’, dove le teleconnessioni classiche vengono alterate, spostate o addirittura smorzate.
Cosa può significare per Europa e Mediterraneo
Per ciò che riguarda l’Europa, la domanda inevitabile è: cosa comporterà El Niño 2026 per il nostro clima? La risposta, per ora, deve essere necessariamente prudente. El Niño è solo uno degli attori che determinano le condizioni meteo alle medie latitudini, insieme a indici come NAO e AO, al comportamento del vortice polare e allo stato termico del Mediterraneo. Tuttavia, ci sono alcuni scenari di fondo che possono essere spiegati in modo chiaro.
Un El Niño molto forte tende a riorganizzare la circolazione emisferica, influenzando la posizione delle grandi onde planetarie e, in parte, la frequenza dei blocchi anticiclonici. In un contesto di oceani globalmente caldi, questi blocchi possono tradursi in ondate di calore più persistenti e intense, soprattutto quando si posizionano sopra mari già surriscaldati come il Mediterraneo. Contemporaneamente, il maggior calore accumulato può generare eventi estremi concentrati in tempi brevi, con perturbazioni che, superando lo scudo anticiclonico, riversano nubifragi su zone vulnerabili. È fondamentale precisare, tuttavia, che non si dà una corrispondenza meccanica degli effetti: le conseguenze a livello locale saranno determinate dalle modalità in cui El Niño si combinerà con le altre dinamiche climatiche nel prossimo periodo.
Un El Niño diverso: dal 1982, 1997 e 2015 al 2026
Per comprendere appieno l’eccezionalità di El Niño 2026, è utile fare un passo indietro e riesaminare i tre eventi principali che hanno fatto la storia della climatologia recente. Il 1982-83 fu un evento esplosivo in un pianeta nettamente più freddo di oggi, capace di innescare alluvioni storiche e siccità durature in diverse aree del pianeta. L’evento del 1997-98 ha costituito il prototipo del moderno super El Niño: un intenso riscaldamento nel Pacifico equatoriale con ripercussioni chiaramente tracciabili a livello macroclimatico. Il 2015-16, infine, fu il primo super El Niño pienamente inserito nell’era del riscaldamento globale avanzato, ma con oceani che non avevano ancora raggiunto i livelli estremi osservati in questi ultimi anni.
Nel 2026, la storia cambia ancora. Siamo di fronte a un El Niño che promette anomalie oceaniche paragonabili, se non superiori, ai grandi eventi del passato, ma che si sviluppa in un pianeta già ‘avvolto’ da un calore diffuso. Ciò che rende El Niño straordinario non è soltanto la sua forza, ma il mix tra un evento violento e il surriscaldamento globale di fondo, che può stravolgere la risposta dell’atmosfera.
